fantozzi_01_264

Di Lorenzo Franzetti

L’unico amico che mi ero trovato al primo Giro d’Italia da giornalista era Sam, un fotografo che aveva accettato di darmi un passaggio, per caso. Non parlava molto, mi osservava e riferiva per telefono al suo direttore, che io ignoravo esistesse.

fantozzi_01_358Qualche giorno dopo quella telefonata ricevuta in montagna, riuscii a incontrarlo, quel direttore: in un ufficio di pareti bianche, preceduto da un profumo al pino silvestre, con due fondi di bottiglia al posto degli occhiali, una crapa pelata e una fama di grande inviato in epoche non ben definite. Leggende, sul suo conto, che mai riuscii ad appurare, ma che gli consentivano di ottenere rispetto e un certo timore da parte di tutti in quella casa editrice: era considerato l’unico vero giornalista di quel palazzo senza colore in una periferia squallida milanese, un cubo di cemento dentro a strade che vivevano soprattutto di notte.

Mi presentai nel suo ufficio, una mattina, su appuntamento, con un pizzico di agitazione e dopo una notte quasi insonne a chiedermi cosa lo avesse colpito del mio modo di scrivere e raccontare. Cosa valesse tanto, del mio talento, per meritarmi un’opportunità. E lui, il direttore, mi aspettava, masticando un chewing gum e leggendo un quotidiano di scommesse ippiche. Una stretta di mano e nessun preambolo: «Ti porto dal presidente: occhio che è lui che decide se prenderti o mandarti a cagare. Lascia parlare me, tu non ti sbilanciare con stronzate varie. E non contraddirlo mai». Al mio primo colloquio di lavoro, il suo consiglio era tacere: la cosa, naturalmente, mi confondeva parecchio le idee, ma avevo intuito che questo famigerato presidente era un tipo strano.

Una sagoma gonfia di lardo con la fronte lucida e il volto tondo, come fosse disegnato a compasso: a costui spettava il potere sull’informazione e sulla mia carriera. Mi attendeva in fondo a un tavolo lungo tre metri, in una stanza vuota, che puzzava di sigaro. Niente saluti, niente “come si chiama”. Partì con un’omelìa che mi raggelò: «Praticamente lei si suppone praticamente che appartenga a quella schiera di giovinastri che praticamente, per scrivere una cosa, praticamente, gira e rigira attorno al pero, concludendo poco…Sappia che a me, i giornalisti stanno sulle palle»

Fracchia01gTutto chiaro, meglio annuire a bocca chiusa.

«… praticamente, a lei è andata di culo, praticamente, per il fatto che è capitato qui in un momento in cui, praticamente, il direttore mi chiede rinforzi. E praticamente, lei è pregato di rinforzare, questo è il suo compito qui dentro».

Tutto chiaro anche questo, ma capii anche che avevo superato il colloquio. Senza pronunciare parola. Il direttore m’invitò con un cenno a girare i tacchi e prendere la via d’uscita da quella stanza. Sull’uscio venni richiamato e mi voltai sorridendo, immaginando un “buona fortuna” o un “benvenuto tra noi”.

«Senta, praticamente. Si ricordi che lei qui, praticamente, non conta un cazzo. Vada pure».

Era fatta, sul mio primo biglietto da visita venne stampata la parola “giornalista”. E quel Giro d’Italia, di tredici anni fa, lo vinse davvero Garzelli.

 

Episodio 2

Episodio 1

Introduzione

Una risposta

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.