10biglieciclismo

Di Lorenzo Franzetti

Che ci facevo, in quella serata di maggio, dentro a un Giro d’Italia che avrebbe cambiato il mio destino? I sogni di un ragazzo cominciano, ieri come oggi, sempre allo stesso modo: con il  voler fare l’astronauta o lo scienziato. Poi, la vita si rivela per ciò che è ed ognuno ridimensiona le pretese e si adatta. Lo fanno più o meno tutti, tranne quelli che dicono di voler fare i giornalisti. E tra questi, il più umile sognatore si spinge fino a fantasticare d’intervistare il Dalai Lama o Bono Vox. Il resto degli illusi non immagina mai se stesso come topo di redazione. Tutti inviati speciali, come supereroi, in giro per il mondo a conquistare pupe e avventure d’ogni sorta. Io sognavo di andare in Afghanistan, nascosto in una trincea del Panshir, accanto al mio mito, Ettore Mo, minuscolo ma infaticabile giornalista del Corriere della sera; oppure, pensavo,”voglio andare al Giro d’Italia”, come faceva Mario Fossati, il cantastorie che avevo conosciuto dai giornali di mio padre, in cantina. Anche perché, in casa mia, il ciclismo era una religione: con mio padre che predicava silenzio assoluto a ogni arrivo di tappa, davanti alla tivù, mentre mia madre sbuffava annoiata, con un asciugapiatti in mano.

bruscolottiI miei amici sapevano tutto su Roberto Bettega e Paolo Rossi, su Bruno Conti e Michel Platini: io mi ero fatto una cultura con Francesco Moser e Giuseppe Saronni, cosa che faceva storcere il naso a miei compagni di scuola, ma a me non importava niente. Mi dava solo fastidio che volevano saperla lunga anche in fatto di figurine. Io avevo quella di Cuccureddu che mi sembrava fantastica: loro opponevano Bruscolotti e Palanca. E dall’alto della loro cultura calcistica, mi spedivano sempre in porta, nelle partite all’oratorio: «Ma che c’entrano le figurine con il calcio?» dicevo loro.

«Tu che ne sai? Vuoi fare il ciclista! Passa Gimondi con gli occhi rotondi, la testa quadrata e la bici scassata!» mi sfottevano, pure su quello. Ma appena potevo, sempre di nascosto, andavo a sbirciare dentro quei vecchi giornali, a leggere le gesta dei prodi Bartali e Coppi, De Filippis e Nencini. Fanculo ai calciomaniaci, io mi esaltavo con le biglie di Baronchelli e Knudsen.

Al Giro d’Italia ci andai con la voglia di dimostrare qualcosa a me stesso, molto tempo dopo, quando già avevo capito che Bettega e Baggio non servivano a nulla per conquistare le ragazze. Meglio specializzarsi sui Duran Duran o su Brad Pitt. Poco dopo, mi ero anche accorto che una laurea in storia, in Italia, era carta straccia. “Meglio non smettere di sognare”, pensavo, e dopo stagioni interminabili a trascrivere cronache immobili e pettegole, di furti di galline e litigi tra vicini di casa, mi decisi a coronare il mio sogno: «Si parte per la crociata», come avrebbe detto un principe di più di mille anni fa. Io mi accontentavo di molto meno: inviato al Giro d’Italia. Sponsor, naturalmente, mio padre, sul quale la parola “ciclismo” aveva effetti sicuri sull’avallo di qualsiasi finanziamento. Senza altre raccomandazioni o lettere di presentazione, l’unica testata a darmi spazio per quel progetto fu una testata locale sul web. Roba che faceva venire i brividi alle grandi firme.

«Internet è roba che non dura» mi disse un cerbero di una testata superautorevole, non appena mi presentai per la prima volta nella mia vita in una sala stampa del Giro d’Italia. Viaggiavo chiedendo passaggi ad ammiraglie ed auto al seguito, a tifosi e a poliziotti: di città in città, lungo la penisola, ogni giorno un traguardo diverso. Splendido, come dentro un film, come avevo sempre sognato.

sala-stampa-giro_italia09E un giorno, prima ancora di salire in montagna, nel caldo della pianura, davanti a un computer, un altro “prelato” del giornalismo sportivo mi aveva provocato: «E sentiamo, bocia. Chi vincerà il Giro?»

«Secondo me, Garzelli»

E lui replicò con una sonora risata: «Ma non dire minchiate, si vede e che non ci capisci di ciclismo». E tanto mi ricordava quello stronzo di quinta elementare, di due anni più grande di me, che mi dava lezioni sul calcio, a suon di Criscimanni, Pruzzo e Furino, nomi che, tra i bambini degli anni Ottanta, pronunciava soltanto chi ne sapeva davvero, del pallone. Io e il pretone della cronaca avevamo capito di non aver punti in comune: io col mal di piedi e i vestiti umidi di sudore, per aver inseguito un corridore dopo il traguardo, lui davanti alla tivù, in sala stampa, sapeva di deodorante al pino silvestre.

 

Episodio 1

Introduzione