di Albano Marcarini

Linificio e Canapificio Nazionale di Fara Gera d'Adda

Linificio e Canapificio Nazionale di Fara Gera d’Adda

 

Questo itinerario è dedicato alla Ghiara d’Adda, o Gera d’Adda, un territorio della Bassa bergamasca, sulla sinistra dell’Adda, sotto la confluenza del Brembo. Un territorio agricolo un tempo ferace e produttivo, forse il migliore in Lombardia, per l’incredibile disponibilità di acque irrigue, fatte defluire dal fiume attraverso decine e decine di canali, rogge, fossi grandi e piccoli. Sentite cosa ne scriveva Riccardo Bacchelli: «La Ghiaradadda è uno spontaneo e lavoratissimo, naturale e studioso, anzi dotto e popolare poema d’acque e di ogni loro stato e regime: fluviali e palustri, derivate e sorgive, libere e arginate, condotte per canali e roggie alla minutissima rete di fossi dell’irrigazione: costruzione di secoli e manutenzione d’ogni giorno e d’ogni ora». Un fosso, in particolare, aveva una funzione importantissima, poichè stabiliva il confine politico fra la Repubblica di Venezia, che dal 1454 al 1796 deteneva il Bergamasco, e lo Stato di Milano. Era chiamato, appunto, Fosso Bergamasco. Oggi è decaduto ma è stato avanzato un progetto per il recupero della sua memoria storica.

Anello ciclabile della Gera d’Adda, in parte lungo il percorso storico del Fosso Bergamasco.

Distanza: 46.1 km

Dislivello in salita: 70 metri circa

Altezza minima: 123 metri alla stazione Fs di Treviglio Centrale.

Altezza massima: 171 metri a Boltiere.

Segnavia: da Crespi d’Adda a Brignano cartelli in legno del percorso storico del Fosso Bergamasco.

Condizioni del percorso: strade secondarie asfaltate o campestri sterrate, un tratto (7.6 km) di pista ciclabile arginale lungo il naviglio della Martesana.

Sicurezza: a parte la ciclabile della Martesana la restante parte del percorso, seppur su strade secondarie, è a uso promiscuo; molta attenzione negli attraversamenti con le strade principali (specie la Strada Francesca presso Ciserano); in prospettiva sono stati annunciati diversi interventi a favore della mobilità ciclabile sull’intero percorso (ad esempio una pista ciclabile di 10 km fra Verdello e Caravaggio e una fra Brignano e Treviglio).

Mezzo indicato: mountain-bike o bicicletta da turismo con battistrada rinforzati.

Gps track (www.vasentiero.it): Geradadda.gpx

Quando: tutto l’anno, in estate evitare le ore più calde.

Punto di partenza e di arrivo: Treviglio (Bg).

Mobilità dolce: in treno, si raggiunge Treviglio da Milano, Bergamo, Brescia, Cremona con il servizio Treno+Bici di Trenitalia.

Risparmio energetico: se raggiungi da Milano il punto di partenza in treno produrrai 5,5 kg di CO2 in meno rispetto all’auto.

La buona tavola: a Treviglio, Osteria Dell’Angelo,pastedGraphic.pdfVia Bergamo 94, tel. 0363.49323; a Fara Gera d’Adda, Vergani, Via Adda 22, tel. 0363.399191; a Crespi d’Adda, Il Villaggio Café, c.so Manzoni 20, tel. 02.90980107; a Boltiere, Al Cantinone, Via Montegrappa 45, tel. 035.881406; a Brignano Gera d’Adda, Ristorante Cucina Visconti, Via Vittorio Emanuele 50, tel. 0363.815926.

Le buone cose: Caseificio La Via Lattea, via Provinciale per Verdello, Brignano Gera d’Adda, tel. 0363.817001.

In caso di problemi alla bici: Marino Bici, via Mazzini 9/a, Treviglio,

tel. 0363.41678; Bramati Point, via Fara 51, Canonica D’Adda, tel. 02.9095390.

Indirizzi utili: Comune di Brignano Gera d’Adda, via Vittorio Emanuele II 36, tel. 0363.815011 – 347.2235758 (per prenotare la visita al Palazzo Visconti), www.comune.brignano.it – Associazione Villaggio Crespi, tel. 02.90987191, www.villaggiocrespi.it

14.Geradadda.gen.map

L’itinerario prende avvio dalla stazione centrale di Treviglio (alt. 124) 1, ubicata lungo la linea Milano-Brescia. Si dice ‘centrale’ perchè la città possiede anche una stazione ‘ovest’, sulla linea per Bergamo. Non si tratta di improvvisa generosità ferroviaria, ma di eventi della storia. La linea Milano-Treviglio, primo tronco della linea per Venezia, fu realizzata nel 1846 e la stazione fu impiantata come stazione terminale a est della citta, con il nome di Treviglio Molino. In seguito il progetto della ferrovia per Venezia, seguendo il principio che dovesse toccare tutte le città della fascia pedemontana, fu dirottato per Bergamo, Coccaglio e Brescia. Questa tratta fu realizzata nel 1857 e Treviglio ebbe una seconda stazione, a ovest della città, grossomodo dov’è oggi. Nel 1878 il partito di coloro che puntavano a una ferrovia diretta da Milano a Brescia ebbe finalmente soddisfazione inaugurando la tratta Treviglio-Rovato e, a quel punto, Treviglio ebbe una nuova stazione: Treviglio Centrale, sostitutiva della vecchia Treviglio Molino. Questo, se volete, per la precisione.

Ho già speso molte righe e della città, visto che siamo in partenza, dirò l’essenziale, ovvero che è di spirito libero, che male ha sopportato la mano dei potenti (tanto che i palazzi nobili, in centro, si contano sulle dita di una mano), che quando si diede ai Visconti lo fece di sua volontà e non forzata (per questo fu sempre dichiarata ‘terra separata’, fino al 1789). Prendendo come riferimento l’alto campanile, si deve arrivare al cospetto del Collegiata di S. Martino. Conserva al suo interno la Pala d’Oro dei trevigliesi Bernardino Zenale e Bernardino Butinone, capolavoro del ‘400 lombardo: un grandioso polittico a sei scomparti. Da vedere.

Tre belle strade rettilinee escono da Treviglio (per Milano, Brescia, Bergamo) ma ce n’è una, fra queste, che punta verso la Cascina Geromina con la sua bella pista ciclabile. Seguiamola. La cascina in realtà è un quartiere periferico di Treviglio e non la raggiungiamo; prima, a una rotonda, dopo la ferrovia, volgiamo a sinistra (Via Fara) ed entriamo in campagna con rogge e belle cascine. Una leggera discesa ci dice che stiamo scendendo nella valle dell’Adda. La scarpata è ancora distante dal fiume e chi sa leggere bene la morfologia antica del territorio ci spiega che qui il fiume aveva dei rami secondari, forse un lago che spagliava le sue acque verso il Cremasco. Si chiamava Gerundo, mitico quando il terribile drago che si dice lo abitasse.

Ci vogliono alcuni chilometri per toccare il primo abitato di una certa consistenza: Badalasco (alt. 126) 2. Da Badalasco a Fara approfitteremo di un stradello di campagna, a fondo naturale. Lo si piglia seguendo un breve tratto di Via dei Dossi, poi voltando a sinistra, finite le case di Badalasco. Nelle belle giornate, dietro le quinte degli alberi si profilano le Grigne e l’Albenza.

Non si attraversa il centro di Fara ma si punta diritti (Via Pirotti) verso l’Adda che ora, in un contesto decisamente fluviale, si scavalca con tre successive passerelle pedonali (alt 129) 3. Dalla prima si scorge, rispecchiato nell’acqua, il Linificio e Canapificio Nazionale, lo stabilimento tessile che ha dato, dal 1870 in poi, benessere al paese.

L’Adda è stato a lungo confine: alla fine del secondo ponte si entra nel Milanese. Salendo una lunga rampa si arriva a Gropello, ma il nostro itinerario gira a gomito poco prima, quando incontra il Naviglio della Martesana che ora seguiremo controcorrente, verso nord.

Di questo storico naviglio si sa tutto o quasi. Che fu realizzato nel XV secolo per facilitare i traffici per via d’acqua dal Lago di Como verso Milano. In realtà perchè assolvesse questa funzione si dovette attendere, nel 1777, il completamento del naviglio di Paderno, più a monte, che agevolava le barche nel tratto più difficile del fiume, ai Tre Corni.

La copiosa massa d’acqua riflette il verde della scarpata della valle dell’Adda. L’alzaia la segue tranquillamente con le sue larghe curve. Le sole presenze edilizie sono vecchie fabbriche, come la Velluti Visconti (1840), ben riconoscibile dalle due alte torri merlate che la fanno assomigliare più a un castello che a uno stabilimento tessile. Poi si passa sotto Vaprio d’Adda (alt. 134) 4, con la villa Melzi, ritta sullo spalto, dove dimorò spesso Leonardo da Vinci venuto a studiare le opere idrauliche del naviglio e, a tempo perso, a dipingere soggetti sacri con fondali di paesaggio locale.

Seguendo sempre il naviglio, dopo Vaprio, sulla destra, più in basso, si scorge il Brembo che si unisce all’Adda, fra duri scogli di ceppo, la roccia dell’Adda, un conglomerato di ciottoli arenacei cementati fra loro. Una pietra adatta alle costruzioni dato che gran parte della Milano romana – teatro, anfiteatro e circo – e, poi, di quella neoclassica – l’Arena – fu costruita con queste pietre, cavate proprio qui e trasportate sul cosiddetto ‘Naviglio piccolo’, ovvero la Martesana.

Il naviglio finisce, o meglio comincia, presso il santuario di Concesa (alt. 147) 5, dove la valle dell’Adda si stringe e viene scavalcata dall’autostrada Milano-Bergamo. Un ponticello modesto, fatto per i ciclisti e i pedoni, porta dal santuario alla sponda opposta del fiume ritrovandoci nella Bergamasca. Salendo la costa della valle spicca tra il fogliame la stravagante torre di villa Crespi, a metà fra il moresco e il medievale. Era la residenza della famiglia di industriali bustocchi che diede avvio nel 1878 alla costruzione del villaggio operaio oggi più famoso d’Italia – Crespi d’Adda (alt. 145) 6 – promosso dall’Unesco a patrimonio dell’umanità. In effetti una così completa sintesi di elementi produttivi, di residenze, di servizi, all’interno di un’azienda è difficile da trovare. Lo si nota procedendo fra le case operaie, lungo il recinto della fabbrica con l’alta ciminiera che segna, con l’orologio, il tempo del lavoro, fra i lindi viali del quartiere di villini destinati al personale qualificato, o passando accanto alla scuola e alla chiesa.

Crespi d’Adda tendeva, sul modello delle di poco precedenti esperienze inglesi, alla costituzione di una comunità ideale dove gli interessi dell’imprenditore e i bisogni fondamentali degli operai trovavano una pacifica conciliazione. Ai tempi nessun altro operaio poteva, in effetti, godere tali opportunità. Il villaggio era dotato di tutti i servizi e fu tra i primi in Italia ad avere l’illuminazione pubblica e una rete d’acqua potabile. Visto sotto altra luce tale privilegio consentiva anche un totale controllo della forza lavoro, in questo senso facilmente ricattabile. Inoltre il disegno urbanistico del villaggio, con le diverse tipologie edilizie, proiettava anche al di fuori della fabbrica le gerarchie e le divisioni di classe. L’esempio più impressionante di questo consociativismo si osserva nel cimitero, in fondo al viale principale, dove il greve mausoleo della famiglia Crespi si allarga a cingere in un ineluttabile destino il campo comune delle tante, identiche, piccole tombe operaie.

Giusto prima di arrivare all’ingresso del cimitero, uno stradello a sinistra, a fondo naturale, scende verso il Brembo. Dopo aver lambito alcuni specchi di cava in via di rinaturalizzazione e risalendo la sponda del fiume, si arriva a Brembate (alt 172) 7. Passati dinanzi alla Parrocchiale, risalente al 1617, si scende a destra (Via S. Vittore), verso il ponte sul fiume. Una bella ciclabile invita a utilizzarlo, ma spostandoci prima verso sinistra, si raggiunge, qualche centinaio di metri più avanti il più vetusto e bel ponte in pietra a due archi, con il pilone mezzano piantato su un grosso blocco di ceppo semiaffogato nel letto del Brembo. Arrivando al ponte avrete anche notato, sulla destra, la chiesuola di S. Vittore, di origine antica e forse connessa a un primitivo attraversamento del fiume di epoca romana. In realtà sono due chiese; a quella visibile se ne aggiunge una ipogea, sottostante e accessibile tramite una rampa a gradini.

Passati sull’opposta sponda del Brembo ora si punta verso sud (Via Canonica), seguendo la corrente che in precedenza avevamo risalito. Usciti da Brembate, sulla sinistra, si stacca uno stradello segnalato da una freccia in legno. Indica l’inizio del percorso ciclabile del Fosso Bergamasco e, a questo punto, è necessaria una premessa storica perchè accanto o vicino al fosso si svilupperà gran parte del nostro itinerario. Non aspettatevi nulla di spettacolare: il fosso è un vero fosso, non più largo e non più profondo di un paio di braccia; nei tratti più fortunati fino a ‘tre passi veneziani’ (circa 5 metri). È il suo significato storico a essere importante perchè fin dal momento del suo scavo, fra la seconda metà del XIII secolo e l’inizio del XIV, fissò il confine fra Bergamo e Cremona prima, fra Bergamo veneta e Milano stato poi. Un confine trasversale: dall’Adda, al Serio e all’Oglio. Tale regola era convalidata da grossi cippi di pietra, ma anche da dogane e da caselli di guardia che dovevano contrastare il contrabbando. Le continue verifiche dei cippi e la loro manutenzione comportò nei secoli uno studio approfondito di questo territorio che resta oggi documentato da decine e decine di mappe d’archivio. Naturalmente il fosso ebbe anche una funzione irrigua; le acque prelevate dall’Adda finivano nelle campagne della Ghiaradda. Soppresso con Napoleone il confine politico della Bergamasca, il fosso restò a indicare il limite meridionale della diocesi di Bergamo. Ma l’idea del confine è rimasta imperturbabile e segna in qualche modo anche gli abitanti di questi paesi se è vero il detto popolare: «Pais de confì, o lader o assassì».

L’itinerario del Fosso Bergamasco è indicato da rare frecce di legno. Più utile consultare i pannelli posti in punti eminenti del percorso dove è riportata una dettagliata cartina del percorso.

Il nostro sentiero segue per un po’ il fosso, nascosto dalla vegetazione che è cresciuta sul suo argine, poi piega verso nord per raggiungere Boltiere. Fate caso al paesaggio agrario. Questa è una delle rarissime zone dove i campi sono chiusi da bassi filari, da cespugli e da lunghe siepi, un tratto in passato comune a tutta la Bassa bergamasca. La forma irregolare dei campi lascia spazio a qualche boschina di robinia, di carpino, di acero campestre con sambuchi e noccioli.

Nella parete esterna del municipio di Boltiere (alt. 171) 8 è stato immorsato uno dei cippi di cui parlavo prima; riporta la data 1754. Si esce dall’abitato lungo Via Ronchetti e deviando prima del cimitero, a destra, su un breve tratto di pista ciclabile, dalla parte della zona industriale. Ben presto si torna nei campi per ritrovare, dopo aver attraversato con prudenza la Strada Francesca, il Fosso Bergamasco che qui ora stabilisce il confine fra i comuni di Ciserano (a sinistra) e Pontirolo Nuovo (a destra). Dopo aver lambito la Cascina Ca’ d’Arcene si segue a sinistra la provinciale 144, sottopassando la ferrovia Treviglio-Bergamo, per puntare verso il centro di Àrcene (alt. 152) 9. Anche questo abitato, come Boltiere e come molti altri della bassa, è cresciuto in fretta adornandosi di villini e di grigie aree industriali, lasciando un po’ in disparte le tre-quattro vecchie cascine che assieme avevano costituito l’essenza dell’abitato per molti secoli.

Dopo Arcene il percorso incontra il Parco dei fontanili e dei boschi, un’area intercomunale di 150 ettari che si prefigge di proteggere le diverse polle sorgive che in questa zona riportano in superficie l’acqua che nell’alta pianura, per la diversa natura del suolo, era filtrata in profondità. L’itinerario segue una bella stradina asfaltata che l’ente parco ha provveduto ad abbellire con dei filari alberati. È il modo più semplice per arrivare a Lurano (alt. 146) 10, al cospetto del suo santuario, dedicato a San Lino (passò alla storia per essere stato il secondo papa dopo S. Pietro e il primo italiano), e poi per puntare, dopo aver di nuovo accostato e ora attraversato il Fosso Bergamasco alla Cascina Berlocca, su Castel Rozzone (alt. 140) 11. All’ingresso di questo abitato si scavalca la Roggia Brembilla, altro importante corso d’acqua artificiale, risalente al XIV secolo. Serviva nel Medioevo per alimentare le campagne delle tenute viscontee di Brignano e di Pagazzano. Ed è proprio a Brignano che ora siamo diretti per ammirare non solo un interessante centro storico ma anche il palazzo Visconti che del centro occupa una bella porzione.

Quello di Brignano (alt. 130) 12 non è un castello, ma un vero, elegante, un po’ civettuolo palazzo, anzi due palazzi, il ‘vecchio’ e il ‘nuovo’. In altre parole è la dimostrazione del passaggio, o se, volete, della decadenza di una signoria guerriera e conquistatrice in una pacifica condotta di campagna. I nobili erano infatti di tutto rispetto: i Visconti, del ramo di Brignano, originato dopo il 1385 dal capostipite Sagramoro, figlio illegittimo del grande e terribile Barnabò, signore di Milano. Dell’idea dell’antico castello, esistente nel 1106, neanchè più l’ombra, forse solo il fossato, ovvero la Roggia Brambilla che gira attorno alla pertinenza. Fra Cinque e Seicento sorse il primo palazzo, il cosiddetto ‘vecchio’, già residenza del misterioso personaggio dell’Innominato nel romanzo di Alessandro Manzoni, ora sede municipale.

Il palazzo ‘nuovo’ è successivo, opera dei primi del Settecento su disegni di Giovanni Ruggeri, voluto da Pirro e Annibale Visconti, gran cancelliere dello Stato il primo e maresciallo il secondo, ed è uno dei primi esempi di rococò lombardo. Non è facile ricostruire lo schema dei due palazzi per via della loro collocazione e per il fatto che in parte si compenetrano. Del ‘nuovo’ si può avere una bella veduta della facciata esterna, nel ‘vecchio’ si può invece accedere agli interni, su prenotazione presso il Municipio. Alcune sale sono una vera delizia per gli occhi. Le pareti dello scalone sono interamente ad affresco, con effetti illusionistici e trompe l’oeil. Le scene rievocano le gesta di Ercole ma sono scherzosamente irrise dalla comparsa di personaggi cortesi che si affacciano da balconcini o spiano da finte finestre. Lo scalone porta alla sala del trono che, nei framezzi tra le finestre, è affollata dai soggetti in monocromo dei più illustri rappresentanti dei Visconti milanesi.

Brignano è l’ultima tappa di questa escursione. Ora si ritorna a Treviglio, ma non seguite la rotabile, a meno che non abbiate fretta di rientrare. È più invitante una vecchia strada di campagna che si imbocca uscendo da Brignano per la direzione (Via Facchinetti) dalla quale siete entrati. All’altezza del grande rondò, appena fuori dal paese, puntate verso l’isolato santuario della Madonna dei Campi. La strada è stretta ma asfaltata, continua in rettifilo anche dopo il santuario, quindi diventa a fondo naturale, un po’ sconnessa. Con qualche curva fra i campi si punta verso l’azienda agricola Tezza e da qui, di nuovo su asfalto, lungo Via S. Zeno, fra filari di salici, si entra in Treviglio lungo quella che, con tutta probabilità era l’antica strada diretta a Bergamo.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.