Canavesi in fuga davanti all'isola Pescatori

Canavesi in fuga davanti all’isola Pescatori

Di Lorenzo Franzetti (Fotografie archivi Remo Cardana e Luigi Carnelli)

1207483722Canavesi, SeverinoIl tricolore lo indossava con orgoglio, Severino. E un pezzo d’Italia lo guardava, commossa, emozionata: per se stessa, perché non era più abituata a vivere giorni felici, e per Severino Canavesi, l’umile operaio del pedale che coglieva la più grande vittoria della carriera proprio quando nessuno era più disposto a credere in lui. L’Italia aveva le lacrime agli occhi, quel giorno, sul lungolago di Angera. Era l’Italia stremata e sfregiata, le biciclette e i suoi eroi erano il simbolo di chi non si arrende mai. Il paese risorgeva dalla ceneri della guerra, era a pezzi, liberato ma disperato: ma lo sport e in particolare il ciclismo regalava speranza. Dopo anni di conflitto, l’Italia devastata ricominciava da un campionato italiano: di ciclismo. Era il 16 settembre 1945 e c’era il sole che splendeva nei paesi e ne illuminava le ferite: quelle di Milano, per esempio, si vedevano ancora tutte. Frutto dei bombardamenti.

Il primo campionato dell’Italia libera e liberata partiva proprio da Milano, la capitale della Resistenza: organizzatore Antonio Greppi, il sindaco della città che volle dare a quella corsa un significato profondo, proprio legato alla resistenza e alla voglia di risorgere di un paese. Partenza da Milano, arrivo ad Angera, una graziosa cittadina sul Lago Maggiore, ovvero la città natale di Antonio Greppi e il luogo della felicità del figlio Mario: la prima coppa Greppi era dedicata a lui, a un giovane di ventiquattro anni assassinato a Milano dai fascisti nell’agosto del 1944. Mario Greppi amava il ciclismo, amava la sua bicicletta: e pedalando aveva dato il suo contributo alla causa partigiana, facendo da messaggero tra le brigate dell’Ossola e quelle del Lago Maggiore e della Lombardia. Per questo, il padre Antonio (che quando morì il figlio era in esilio nel Canton Ticino) volle legare una gara ciclistica al ricordo del figlio e della Resistenza.

Il primo fuggitivo della giornata, Bertocchi, sul ponte di barche tra Sesto Calende e Castelletto Ticino

Il primo fuggitivo della giornata, Bertocchi, sul ponte di barche tra Sesto Calende e Castelletto Ticino

Partenza da Milano e subito rotta verso il Lago Maggiore e il Lago d’Orta: passando dal ponte di barche di Sesto Calende fino a Gravellona Toce, fino a un altro luogo simbolo, dove fu versato molto sangue di partigiani (43 persone fucilate nel giugno del ’44), scendendo poi lungo la sponda piemontese del Verbano, da Stresa, a Meina (famosa per la strage di ebrei operata dai nazisti all’hotel Meina, nella primavera del ’45), Arona e ritorno in Lombardia, di nuovo a Sesto Calende, per fare un primo passaggio ad Angera. Il tracciato proseguiva ancora verso la Valcuvia e la salita del Brinzio, per poi fare ritorno al caro paese, all’ombra della Rocca Borromeo.

Non arrivavano a quaranta, i partecipanti: la guerra aveva spazzato via tutto, compreso lo sport. Che faticava a ritornare alla normalità: tuttavia, tra i partenti c’erano anche i più attesi dalla gente. Tutti alla prima vera gara dopo anni difficili: c’erano Gino Bartali e Fausto Coppi, c’erano Mario Ricci, Glauco Servadei, Aldo Ronconi e molti altri. Tutti con maglie e bici recuperate con fortuna e lavoro fai da te, perché le grandi squadre non si erano ancora riorganizzate. Coppi era tesserato per la Ss Lazio, Bartali per la Tempora.

La Lombardia bombardata tornava a sorridere, come la folla enorme che attendeva i corridori al ponte di barche di Sesto Calende: una struttura allestita per sostituire il ponte di ferro bombardato. Primo a passare sulle acque era il romano Bertocchi poi riacciuffato dal gruppo. C’era un traguardo volante che faceva gola, a Gattico, perché assegnava due tubolari, autentica rarità per quegli anni in cui si acquistava ogni pezzo delle bici al mercato nero… Un uomo in fuga, per guadagnarsi i tubolari: era lui, Severino Canavesi, con la sua maglia bianca e blu, ricamata dalla moglie. La sua squadra era la Legnanese, ma la maglia nessuno aveva potuto fabbricargliela, così come nessuno aveva potuto procurargli una bici: Severino aveva fatto tutto in casa, a Gorla Maggiore in provincia di Varese, con l’aiuto della moglie. La bici l’aveva costruita da sé, recuperando pezzi qua e là, la maglia l’aveva cucita sua moglie, i pantaloncini erano quelli della Gloria, la sua vecchia squadra.

Al secondo passaggio sul ponte di barche Canavesi è ancora tutto solo

Al secondo passaggio sul ponte di barche Canavesi è ancora tutto solo

Mancava un’eternità al traguardo, ma Canavesi era già in fuga solitaria. Dal traguardo volante alla gloria, con tutto il gruppo a inseguirlo: sul Lago Maggiore e al primo passaggio ad Angera. Dopo 100 chilometri di fuga solitaria, Canavesi venne raggiunto da un gruppetto di avversari mentre si avvicinava alla salita del Brinzio: fu ripreso da Servadei, Pasquini, De Stefanis e Nardini.  Il più scalatore era il piccolo torinese De Stefanis, ma sul Brinzio passò ancora una volta primo Canavesi. Voleva quella vittoria Severino e tutto solo attraversò il Varesotto, puntando di nuovo su Angera.

Con la gente felice ed esultante: era tutto solo, Severino. Anzi no: da Brinzio in poi, era scortato dal cugino impazzito di gioia che, vedendolo primo, non resistette alla tentazione di accodarsi in bici, per incitarlo nei chilometri finali. Il cugino e  Severino, due uomini in mezzo alla folla, con i giudici e il servizio d’ordine inferociti con l’intruso, che non riuscivano ad allontanare.

Sul traguardo di Angera, però, Canavesi era solo davvero, con la sua maglia biancoblu e il suo nome ricamato dalla moglie. Canavesi e basta: con il lungolago che sembrava uno stadio. Vinse il campionato italiano a trentaquattro anni, quando nessuno voleva scommettere su di lui, perché era considerato troppo vecchio. E regalò momenti di felicità indimenticabili alla gente del posto: a Gorla, al suo paese, tutti attendevano trepidanti la notizia alla radio. Ma la radio tardava, trasmetteva musica. Arrivò prima il cugino, in paese, ad annunciare la notizia, in sella alla sua bicicletta: a casa Canavesi, però, c’era un altro tipo di agitazione. La moglie Ida stava dando alla luce il terzo figlio, Enrico Vittorio.

La volata per il secondo posto di Servadei, sul lungolago di Angera

La volata per il secondo posto di Servadei, sul lungolago di Angera

Severino Canavesi indossava il tricolore sotto gli occhi di un commosso Antonio Greppi, che aveva nella mente suo figlio Mario, che tante volte aveva sognato di diventare un ciclista. La volata per il secondo posto fu vinta da Servadei davanti a Maggini e Ricci. Coppi arrivò quinto, Bartali settimo. Ma quello non era il giorno dei campioni, era una domenica tutta per lui, per un uomo con le rughe in fronte e la fatica nelle vene: con gli occhi vispi e le mani da lavoratore. Canavesi era un uomo che era abituato a non arrendersi mai: con il cuore e con le gambe. L’Italia stremata dalla guerra non celebrava un fuoriclasse, ma un italiano onesto, un suo figlio, un esempio che dava speranza alla gente che aveva solo le proprie mani e le proprie forze per risorgere.

Gli inseguitori a Stresa

Gli inseguitori a Stresa

Il gruppo sul ponte di barche

Il gruppo sul ponte di barche

Canavesi solitario verso il traguardo

Canavesi solitario verso il traguardo

Canavesi indossa la maglia tricolore accanto a un commosso Antonio Greppi (a sinistra)

Canavesi indossa la maglia tricolore accanto a un commosso Antonio Greppi (a sinistra)

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