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Si può pedalare anche aspettando un bambino

Di Lorenzo Franzetti (da Vienna) – Foto di Guido P. Rubino

Tante parole, forse troppe, a volte ovvie, apparentemente banali, ma dettate dalla  consapevolezza, sempre più evidente, che la bicicletta è un fenomeno di crescita globale: e non più lo status symbol della povertà. I temi a Velo-city 2013 spaziano in più direzioni, ma convergono su questo punto: la forza senza confini di un fenomeno che migliora ovunque la qualità della vita.

13062013-GPR_2075E dopo le tante parole, tutti fuori, sulle strade di Vienna: in bici. Si avverte allora come un senso di liberazione che poi non è molto diverso dall’ora di ricreazione di un bambino a scuola. Da senso di liberazione a senso di libertà: e ci si ritrova dentro a Vienna, invasa dalle biciclette. La grande pedalata serale di giovedì 13 giugno, è forse l’evento più rappresentativo di questo congresso: perché le tante parole convergono in un gesto concreto che si confonde dentro una massa che non è affatto critica. Più che massa critica è massa entusiasta, massa felice: migliaia di ciclisti, i viennesi accanto ai ciclosognatori di tutto il mondo, sulle strade più belle della città.

13062013-GPR_1988A Vienna è esplosa l’estate, i meravigliosi parchi cittadini si sono riempiti di persone in cerca di pochi minuti di relax: quasi tutti con un libro tra le mani e una bicicletta accanto. Libri e biciclette, dentro a una città che, finalmente, capisci perché è tra le più belle del mondo. Mentre fuori, sul ring, la pista ciclabile è continuo passaggio di uomini e donne, di ogni età: 8.000 ciclisti, circa, al giorno. E capisci molte cose, più delle tante parole degli economisti e dei sociologi: che la differenza la fanno le persone. La voglia di bici, a Vienna, la si percepisce “a pelle”: non è una moda, non è un boom. Non è roba da bikepride: è entusiasmo sincero. Il simbolo evidente di chi sta bene e lo dimostra coi fatti.

13062013-GPR_2116La splendida pedalata organizzata da Velo-city, corona una settimana dedicata la bicicletta, ma la quotidianità di Vienna già aveva celebrato la sua gioia di vivere. Tuttavia, le strade chiuse per l’evento ciclistico, hanno creato disagi: agli automobilisti, s’intende. Da una parte il lungo serpentone di Velo-city, dall’altra l’interminabile ingorgo di auto, nel mezzo i viennesi che la bici la usano con entusiasmo, sulle piste ciclabili. Ma ripensando a quegli automobilisti, li osservi e non li vedi con la bava alla bocca di un milanese superato da un ciclorgogliso con la maglietta con su scritto “no oil”. Niente colpi di clacson nell’ingorgo, nessun vaffanculo: certo, guardi le facce dentro alle scatolette a motore e non trovi la stessa felicità di chi sta fuori. E qualche porc putt sarà volato certamente, tra le quattro pareti degli abitacoli in similpelle: tuttavia, il senso civico, l’educazione non sono un’eccezione, bensì la normalità.

Un contatore di bici su una pista ciclabile. Per toccare con mano quanto traffico in meno.

Un contatore di bici su una pista ciclabile. Per toccare con mano quanto traffico in meno.

Immagini di una città che vive e convive. Dove la bicicletta non rompe le palle alla signora tacco12 col suv che va a fare shopping in centro: anzi, la signora tacco 12 te la trovi in sella a pedalare. Ma non nel serpentone bikepride, bensì dentro i quartieri alla moda: anche con la gonna corta sì, ma senza suscitare scandalo dei benpensanti o sussulti ormonali di italiani in vacanza. È tutto normale: questo è la bici a Vienna. Stride tutto il resto, compresa la critical mass organizzata la sera, dopo la pedalata: perché in una città che già pedala, gli unici a incazzarsi veramente, per la critical mass, sono i tassisti. Gente che lavora e che, indubbiamente, è danneggiata dai “no oil”.

E capisci molte cose, dunque, più di quelle mostrate e dimostrate dai pulpiti della Rathaus: più di certe lunghe teorie che sembrano dover dimostrare un concetto già chiaro. Che sembrano dover arrivare a una conclusione già stabilita in partenza: almeno dalle convinzioni psicologiche di molti ciclosognatori. Decisamente troppo, per esempio, le parole sull’ossessione (ce lo consentano gli organizzatori) di Ecf (e Fiab, citando l’elemento italiano) se indossare il casco oppure no: se serva oppure no. Con la risposta già prefabbricata (o quasi), ovvero il “no”. E mentre ascolti questi discorsi ti ricordi del grande saggio di Trastevere che diceva: “Prova a da’ ‘na capocciata ar marcieppiede. Poi decidi si tte serve…”. Insomma, ascolti parole al vento e ti viene da dire: fate come vi pare, ma il buonsenso non può essere teorizzato più di tanto.

GPR_2287Decisamente di portata maggiore i grandi temi globali, invece, discussi a Velo-city: con nuovi Paesi che emergono, nuove realtà che studiano una mobilità alternativa, dall’Albania all’Ecuador, per esempio. Con l’Africa che preme, l’Africa che scalpita verso il progresso, l’Africa che ha voglia di sconfiggere le sue tragedie, le sue povertà e che vede anche nella bicicletta uno strumento di riscatto: Benjamin Chidoka, dalla Nigeria, ha raccontato tutto questo. Non ha teorizzato aria fritta, ma ha portato al convegno un’Africa concreta, che deve risolvere problemi molto seri, ma che deve dare al suo sviluppo un’impronta diversa. “to make an enconomic sense”. Non per mancanza di alternative, non perché la bici è il solo mezzo che gli africani poveri possono permettersi: il giorno in cui, anche gli africani poveri potranno scegliere, ovvero potranno acquistare un’auto, quale mentalità s’imporrà?

Domande che, finalmente, una parte del mondo si pone. Mentre fuori, Vienna pedala.

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