Alle 18 del 5 giugno, presso la libreria IBS.it di via Rizzoli, a Bologna, Francesco Ricci presenta Velopensieri. Un ciclista fuori dal gruppo (edicicloeditore) con Davide Cassani e Stefano Bonaga. Per chi può, pedali in direzione. Per chi non può, velopensatelo. Quel che è importante è che leggiate il libro.

Quando monta in sella Ricci diventa maestro zen, partigiano alla macchia, cercatore di storie di Appennino, folksinger del paesaggio, indagatore dell’anima. E come dice Gianni Mura, prefatore di Velopensieri, “I pensieri di Francesco Ricci nascono dal pedalare… Stategli a ruota, ne vale la pena”.  Qui sotto un assaggio dal libro.

L'autore e il suo libro: un incastro.

L’autore e il suo libro: un incastro.

 

Oggi vado a trovare un amico che abita in un paese che ha il nome più bello di tutti: Riolunato. L’idea che la luna si possa specchiare in un piccolo ruscello di montagna in piena notte ha un suo perché. Ma l’idea che il ruscello possa avere le sue lune è ancora meglio. Muschio e sassi. Rami e fili d’erba. Leggende parlano di gamberi di montagna. Potrebbero bastare i ranocchi. E le volpi invisibili. Il ruscello scorre placido nella mia immaginazione. Da bambino passavo ore a creare piccole dighe nei torrenti di montagna. Spostavo sassi e terriccio, mi procuravo dei pezzi di legno e giocavo con l’acqua che scorreva gelida fra le dita. Davo dei nomi a quelle pozze, ai fragili ponti che tentavo di costruire, agli argini con i sassi. Il suono dell’acqua s’insinuava nelle mie orecchie penetrando in tutto il corpo. Fluiva con il fluire del sangue e poi usciva attaccandosi chimicamente all’anidride carbonica.

L’amico partì un giorno di tanto tempo fa per isole lontane, a nord dell’Europa. Adesso è tornato al suo paese. Chi non desidera partire, migrare, immaginare nuovi orizzonti? Inutile, però, credere ai grandi viaggi. La vita è qui, dove non succede mai nulla.

Oggi tanti chilometri. E tanta solitudine. Le strade di campagna sembrano gialle. Seguo la pianura che s’inchina finalmente alle colline. Scelgo una strada secondaria, che sale di nascosto sopra i campi coltivati. Guardo giù e vedo il letto del fiume tutto stropicciato. Cave di ghiaia. Le odio. Un odio profondo. Con quei mucchi di sabbia rubati al fiume e quei cingolati che girano impazziti come mosconi sulla merda. Guardo in su e riprendo fiato. Un sorso alla borraccia. Non temo i crampi, piuttosto i rimpianti. I quali troppo spesso mi parlano di monti spelacchiati, di paesi vuoti come la scatola dei fagioli quando i fagioli scivolano via nella pentola dell’oblio e schiumano nei bagliori di città lontane come tanti ricordi abbrustoliti.

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