di Gino Cervi

Gli ultimi giorni di maggio di trent’anni fa, in un liceo scientifico di provincia, Margherita Hack venne a raccontare a un’aula magna piena di maturandi come nascevano e morivano le stelle. Geografia astronomica era la seconda materia che avrei portato all’esame. Quale migliore occasione per fissare bene nella memoria concetti e informazioni che mi sarebbero servite per far bella figura davanti alla commissione d’esame di lì a qualche settimana?

Non andò precisamente così. Margherita Hack parlò sì delle proprietà fisiche di stelle e galassie, densità, temperatura, luminosità dello spettro, ma la sua fu piuttosto una lezione di “cosmologia delle passioni”. Passione per lo studio; ma soprattutto passione per la vita. Per le occasioni da cogliere, da non sprecare, fossero esse un esame, un bel libro, un’amicizia da approfondire o una fuga in bicicletta, di cui si dichiarava appassionata praticante.

A distanza di trent’anni è quello che mi sono portato via da quell’ora e mezza passata in un’aula magna affollata e accaldata.

Qualche settimana dopo, forse per un errore di un commissario interno distratto, a me e al mio compagno Lucio cambiarono, ventiquattr’ore prima dell’esame, la seconda materia. A Lucio, che si era preparato in francese, mandando a memoria Hugo e Baudelaire, affibbiarono geografia astronomica; a me che credevo di sapere tutto di supernove e giganti rosse, mi sarebbe toccato parlare di Alfred de Vigny e di Paul Claudel, che avevo trascurato per tutto l’anno, complice un’antica e buffa professoressa dallo spiccato accento pavese.

Studiare il giorno prima quello che non avevo quasi mai studiato durante l’anno sarebbe stato inutile. Era il 17 luglio e decisi che la mattina l’avrei passata con un lungo giro in bicicletta lungo l’argine e i boschi del Ticino; al pomeriggio, avrei invece visto la diretta no-stop su Antenne 2 della tappa del Tour che arrivava all’Alpe d’Huez: vinse l’olandese Peter Winnen con la maglia della T-Raleigh. Quello fu il mio ripasso di francese.

Il giorno dopo, 18 luglio, giorno di riposo al Tour, l’esame andò bene. Il ripasso di Antenne 2 fu sufficiente per poter mostrare in commissione un francese sufficientemente sciolto e le peloton non si trasformò in un peloton d’execution.

È così che negli anni a venire l’immagine di Margherita Hack si è spesso sovrapposta al ricordo del mio esame di maturità, a quel mancato appuntamento… con gli astri e all’Alpe d’Huez e al giro in bicicletta. Qualche mese dopo, dopo la maturità scientifica, decisi di iscrivermi a Lettere, dove sarei finito qualche anno dopo a laurearmi e dottorarmi non solo in francese, ma in francese medievale.

Solo anni dopo ho letto di Margherita e della sua “vita in bicicletta” e sorriso di fronte alla sua scanzonata intepretazione di Alfonsina Strada nella ciclofficina del videoclip dei Têtes de Bois. Ma erano anni che Margherita Hack e la mia bicicletta, di fronte a un bivio nei boschi del Ticino, avevano già imboccato lo stesso sentiero.

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