di Paolo Massari

Entri in sala, la scena è un po’ il salotto di casa: un divano, uno schermo su cui si proiettano, come nel televisore, immagini del Pirata in gara, la ruota di Duchamp, una pedana. Ti siedi, poi entra Tonina, la madre, in un vestito rosso fiammante, «andate via, andate via me l’avete ammazzato», come al funerale, le luci di sala ancora accese. E il pugno nello stomaco arriva secco e diretto. Ti senti un intruso alla veglia funebre. Di questo si tratta, ma non solo. Mette insieme molti generi Marco Martinelli per il suo Pantani. È tragedia epica, teatro di narrazione, inchiesta. Ermanna Montanari è «una madre, un’Ecuba di una Romagna arcaica e popolare», sono le sue parole, in abito rosso. Luigi Dadina è Paolo, il padre, impersonato con sofferta pacatezza.

Paolo Dadina e Ermanna Montanari in scena

Paolo Dadina e Ermanna Montanari in scena

Tonina, Paolo, Manola, il giornalista inquieto, i gregari. Tutti parlano di Marco in assenza. Pantani vive solo nel video, in vecchi filmini di famiglia o nelle immagini delle sue imprese, quando scattava in salita «per accorciare la sofferenza», come diceva spesso nelle interviste.

Ti conducono con delicatezza alla scoperta del Pirata, del Marco bambino che rubava la bici alla mamma per andare a gareggiare con gli amici più grandi («e vinceva sempre», ricorda Tonina), del ragazzino che dormiva con la sua bici, e ti strappano spesso il sorriso con quell’intercalare romagnolo che sa di piadina.

Dura tre ore lo spettacolo. Nel primo tempo la storia di Pantani, nel secondo una dettagliata requisitoria sulle contraddizioni e le ombre della vicenda. Protagonisti quelli che l’hanno amato, i genitori, la sorella, i gregari, e quelli che hanno preso parte alla distruzione di un uomo, il presidente della Federazione, i medici del prelievo di Campiglio, un Vallanzasca testimone delle scommesse sul Pantani perdente al Giro del ‘99. A scandire il tempo della narrazione il coro – della pianura, della salita, del gregario – e la storia surreale della siringa di Campiglio.

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Basato su Gli ultimi giorni di Marco Pantani del giornalista francese Philippe Brunel e su un meticoloso lavoro di ricerca, il Pantani di Martinelli fa del Pirata un eroe tragico, vittima sacrificale di un sistema (il Coni, l’Uci, ma non solo) che ciclicamente crea e esalta i suoi eroi per poi distruggerli in una catarsi collettiva. Qui forse è l’unico difetto nella ricostruzione di Martinelli, che va a fondo nella sua analisi fino a evidenziare tutte le contraddizioni e i punti oscuri del test sull’ematocrito di Campiglio, quello che iniziò il processo di autodistruzione di Marco. Ora, è sicuramente vero che Marco non era l’unico a “farsi” nel gruppo, e il decennio successivo avrebbe dimostrato la sistematicità del doping nel ciclismo, ma è altrettanto vero che Pantani stesso era nei file di Conconi, come risulta dagli atti dell’inchiesta di Ferrara. Lo stesso Conconi del record dell’ora di Moser, dei successi dei fondisti, di Alberto Cova e di tante altre medaglie olimpiche, finanziato dal CONI per le sue ricerche (su eritropoietina e autoemotrasfusione) e scelto dal CIO per elaborare un metodo per ricercare l’epo. Ma questo sposta solo di poco il fuoco della storia. Il suo protagonista è innanzitutto vittima della sfiga, da buon predestinato. Gli incidenti della Milano-Torino, a inizio carriera, e la caduta l’anno del ritorno alle corse avrebbero tramortito chiunque, ma non un romagnolo anarcoide e ribelle. La sua parabola passa per il 1998, l’anno della sua consacrazione e per il 5 giugno 1999, a Madonna di Campiglio, quando viene allontanato dal Giro in mezzo ai carabinieri, l’offesa più grande per lui che sentiva di non aver fatto nulla di male e sicuramente sapeva di non essere diverso da tutti gli altri.

Il lavoro di Martinelli comincia con l’incontro abbastanza fortuito col libro di Brunel, mentre si trovava in Belgio per un altro spettacolo. Di Pantani, prima di allora, Martinelli non sapeva quasi nulla; sì, gliene aveva parlato Luigi Dadina, che era andato ai funerali di Pantani, ma il regista non si era mai davvero interessato alla questione.

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La prima idea, fin dall’inizio della sua ricerca, è costruire un testo sui due genitori che piangono il figlio scomparso. Da lì parte tutto e i vari volti della cerchia del Pirata prendono via via la forma degli attori della compagnia. Pantani mai presente in scena, ma solamente evocato in immagini video e dal lamento funebre dei sopravvissuti. Oltre che sul testo di Brunel, la scrittura drammaturgica si basa su un lavoro approfondito di raccolta di informazioni attraverso libri e incontri. Determinante quello con Tonina. Martinelli le scrive una lettera per presentarsi e spiegarle il suo progetto. Lei risponde seccamente che avrebbe deciso dopo un incontro «occhi negli occhi». Martinelli ci va, accompagnato da Ermanna. In seguito incontrerà Paolo con Luigi Dadina e Manola con Michela Marangoni, perché i suoi attori partecipano attivamente al processo creativo e di scrittura. Forse in futuro il testo sarà pure pubblicato.

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Il “giornalista inquieto” – dietro cui s’intravede la figura di Brunel – conduce l’inchiesta, cita documenti, interroga testimoni (Pino, il calzolaio, primo allenatore di Pantani, grazie a un collegamento skype), fa partire spezzoni video, si rivolge al pubblico. Sulla scena è l’attore Francesco Mormino, padre siculo, madre belga, una voce pastosa da speaker dall’accento francese. Era stato assistente di Martinelli durante una produzione in Belgio e permette, recitando in francese la sua parte e sopratitolando i dialoghi, di portare all’estero lo spettacolo.

Di sicuro la forza di Ermanna Montanari non ha bisogno di alcuna traduzione. Tiene sempre la scena, una presenza inquietante e silenziosa, con gli occhi fissi sul pubblico, con la stessa carica dell’inizio, quando ti aggredisce per l’intrusione, come fece coi giornalisti al funerale di Marco.

Alla fine però il salotto, «un non luogo che allude simbolicamente ad altri luoghi, altri spazi», con la ruota di Duchamp, che è «un totem malinconico, una ruota che non girerà più», ti accoglie e quasi ti coccola per le tre ore dello spettacolo. E te ne vai quasi a malincuore.

 

Questa la video-intervista di Renzo Francabandera a Marco Martinelli del Teatro delle Albe per lo spettacolo dedicato a Marco Pantani. Registrato a Cagliari. Teatro Massimo. Febbraio 2013, per PAC. Pane Acqua Culture.

 

Pantani

una produzione del Teatro delle Albe www.teatrodellealbe.com

di Marco Martinelli e Ermanna Montanari,

regia Marco Martinelli,

con Ermanna Montanari (Tonina), Luigi Dadina (Paolo), Alessandro Argnani, Roberto Magnani, Michela Marangoni (Manola), Francesco Mormino (il giornalista inquieto), Laura Redaelli, Francesco Catacchio, Fagio

musiche Simone Zanchini

 

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