di Marco Pinotti, foto di Alessandro Trovati (www.alessandrotrovati.it)

Dietro ogni corridore c’è sempre una storia, a suo modo interessante, che non trova spazio nei titoli di testa e spesso rimane sconosciuta. Dell’australiano Adam Hansen, mio compagno di squadra per quattro anni al team HighRoad, forse gli appassionati più attenti si ricorderanno per essere stato il primo ritirato al Giro d’Italia del 2007 (frattura della mano) e il protagonista di una lunga fuga nella tappa con arrivo a Tivoli in quello del 2008. Durante la stagione Adam vive in un paese sperduto della Repubblica Ceca, tanto che ogni volta che viene alle corse e sempre quello che impiega piu tempo ad arrivare, e se ne torna a casa minimo ventiquattro ore dopo gli altri, dovendo transitare sempre in piu di un aeroporto. Nei suoi primi anni da professionista ha corso per piccole squadre austriache, ma è famoso soprattutto per aver vinto ben due volte, nel 2004 e nel 2005, una corsa massacrante in Australia, il Crocodile Trophy: due settimane in cui qualche decina di atleti affronta quotidianamente percorsi dalle sei alle sette ore nel fango e nello sterrato con la mountain bike. Una corsa «dove a volte muore qualcuno, tanto e dura», come mi ha confidato, non so quanto scherzosamente, Adam.

Scelto dai talent-scout T-mobile nell’era post Ullrich per i suoi eccezionali numeri nei test di laboratorio, negli anni ha imparato a fare il corridore, ascoltando e facendo domande di una semplicità disarmante, ma che molto dicono sulla sua curva di apprendimento, come quando mi chiedeva quanto allenarsi e cosa mangiare il giorno prima di una gara. Dotato di un fisico non certo comune e di grande resistenza, nel 2007 ha corso e finito la Vuelta, mentre in quello successivo ha terminato l’accoppiata Giro-Tour, completando a suo modo un tris prestigioso. Dai compagni di squadra e molto considerato per la sua generosità e per la sua abitudine ad affrontare le difficolta senza lamentarsi. E forse l’emblema del gregario piu forte del capitano, e solo chi e a ruota si accorge di quanta potenza sia dotato quando compie il proprio lavoro.

Nel 2008 ha vinto il campionato australiano a cronometro, poi al Giro della California ha fatto la spalla di Cavendish. Nell’aprile 2008, in una corsa olandese chiamata Hel van Het Mergelland (Hel come “inferno”), bersagliata dal maltempo e dal freddo, e stato in fuga dall’inizio con il mio compagno Martin, piazzandosi secondo. La cosa curiosa e che la settimana precedente, non essendogli arrivata la bici dopo un volo aereo, si era allenato correndo a piedi e camminando in montagna, una cosa alla quale non volevo credere finché Adam non mi ha confermato essere una scelta abbastanza consueta nella sua routine di allenamenti. Un approccio al mestiere non comune, come ho potuto constatare da alcuni allenamenti che gli ho visto fare nel corso di un ritiro collettivo a Maiorca. Piu di una volta avevo notato la sua assenza a colazione e alla ginnastica che precedeva l’uscita quotidiana. Rispuntava puntuale al momento di partire per l’allenamento di gruppo, per poi allungare da solo al momento del rientro.

Chiedendogli cosa stesse facendo, ho scoperto che faceva allenamenti di otto ore. In pratica usciva in bici la mattina presto, senza fare colazione, e iniziava a mangiare quando aveva già consumato 1000 kcal, integrando ogni ora un quarto dell’energia spesa e calcolando il tutto con precisione. Al rientro, cenava abbondantemente, non riuscendo comunque a ripristinare quanto speso durante la giornata, circa 6000 kcal. Secondo la “sua teoria”, come la chiamava lui sorridendo, questi allenamenti avrebbero dovuto aiutarlo a migliorare il suo metabolismo lipidico per risparmiare il piu possibile il glicogeno muscolare che serve nelle fasi cruciali di gara. Posso anche dire che metà delle ore pedalate erano in gruppo, ad andatura non certo turistica. Si tratta senza dubbio di un notevole stress allenante.

Al di la dei possibili vantaggi di tale strategia, sono rimasto colpito dalla sua grande calma e serenità nell’affrontarla, incurante dei giudizi altrui e perfettamente concentrato sul suo obiettivo. Sono stato poi in camera insieme a lui al Tour dell’Oman 2010 e ho trovato conferma di quello che avevo sentito dire: dorme pochissimo. Ogni sera io mi addormentavo sempre prima delle undici, mentre lui restava sveglio a lavorare al computer fino a ben oltre la mezzanotte. Dicono che mantenga questa abitudine anche durante un grande giro. Questo non mi fa che pensare due cose: primo, che e un grande talento e, secondo, che ci sono sempre eccezioni alle regole di una vita regolata, o meglio, ognuno ha una vita regolata a modo suo. E queste sono le lezioni che ho voluto imparare dal mio compagno.

 

Testo tratto da Marco Pinotti, Il mestiere del ciclista, edicicloeditore, Portogruaro 2012, pp. 133-135.

 

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