testo e foto di Giovanni Bettini

Velasco Modena, chiamato da tutti Vasco, è nato il 17 luglio del 1929 a Mori, da dove domani prende il via la diciottesima tappa del Giro d’Italia, la cronoscalata del Monte Baldo. Oggi abita a Trento, prima periferia ai piedi di una salita, all’ombra di pacchiane costruzioni in cemento, simbolo di un’epoca targata progresso decaduta troppo in fretta. Vasco è stato corridore. Professionista per essere chiari, in un ciclismo fatto di passione e tasche vuote, in un’era dove l’uomo solo al comando della corsa accendeva l’entusiasmo della gente lungo il palcoscenico della strada. Fughe, scatti e distacchi. In fuga dalla povertà, dagli stenti del secondo dopoguerra, alla ricerca di sé stessi.

«In famiglia eravamo in otto: mio padre faceva il calzolaio mentre mia madre pensava a far crescere sei figli – attacca Modena mentre la memoria torna alle radici con un sorriso luminoso crocevia tra malinconia e ricordo. «Erano tempi in cui non c’era niente, anzi qualcosa c’era: la fame, così in famiglia bisognava darsi da fare. Io ho avuto la fortuna di poter studiare e per questo ancora oggi ringrazio i miei genitori”.

Terminate le scuole commerciali a Rovereto, Vasco comincia a vendere sapone su e giù per le valli del Trentino, dopo aver lavorato nelle ferrovie negli anni della guerra. «Salivo la mattina nei paesi di montagna – racconta Modena – i soldi erano pochi così la gente mi pagava in… uova. Una volta tornato a valle dovevo pensare a rivendere la merce per pagare il fornitore». E quando non c’era il sapone arrivava come una provvidenza la raccolta delle mele.

modena311A 19 anni, Vasco decide di inseguire il suo sogno: diventare un ciclista professionista. Una speranza e 15.000 mila lire nel portafoglio che profumano di sacrificio, entusiasmo e prima bicicletta, poi le prime gare e una voglia matta di staccare tutti per andare in fuga: «Mi sentivo felice. Volevo sempre uscire dal gruppo perché non ero scaltro e poco abituato a stare in mezzo a tanti altri corridori. In questo modo riuscivo anche ad evitare i pericoli e le cadute, ma una volta giù dal Croce d’Aune ero al comando di una corsa quando ritrovai davanti a me un corridore: era appena smontato da un’auto che aveva tagliato il percorso». Tra un attacco e l’altro, schivando anche gli imbrogli, Modena, allora dilettante, comincia a mietere successi seminando gli avversari: Giro del Garda, Giro della Bolghera, Trento-Bondone, Coppa San Geo, Trofeo Pizzoli: sono solo alcuni dei più importanti successi snocciolati a parole dall’ex corridore trentino, documentati in un vecchio quaderno, libro sacro della liturgia dei ricordi. «E pensare che ad un paio d’ore dal via della Merano-Malles, una delle mie prime corse, arrivai al ritrovo di partenza da solo, dopo aver preso il treno con la bicicletta al seguito, mangiando “poenta e renga” (polenta e aringa, n.d.r.) ai giardini pubblici». Le stagioni passano, le vittorie aumentano, ma non basta. Modena esce di casa in cerca di fortuna.

«Era il 1955 e allora correvo nel G.S.Coiano di Prato. Mio padre mi scrisse una lettera dicendomi di tornare a casa perché era arrivata un’opportunità per passare tra i professionisti. In Toscana allora mi allenavo e lavoravo come magazziniere nell’azienda che sponsorizzava la squadra, ma decisi di mollare tutto per provare a fare il salto di categoria».

1956, 1957, 1958. Tre stagioni tra i grandi, troppo poco per segnare un’epoca, ma abbastanza per entrare nell’albo d’oro della coppa Bernocchi, classicissima di metà stagione, infinita corsa di 108 chilometri da percorrere in solitaria: contro il vento, contro il cronometro, contro sé stessi.

«La settimana prima della Bernocchi, mi stavo allenando sul lago di Garda, tra Riva e Torbole. Un signore mi sorpassò in sella ad una Lambretta ed io non mi feci sfuggire l’occasione per fare un po’ di dietro motori. L’accomodante signore, esaudiva le mie richieste, aumentando progressivamente la velocità, ma un certo punto si voltò e mi disse “Guarda che sono al massimo”. Mulinavo i pedali oltre i sessanta all’ora. Poi rallentò e mi chiese “Ti stai preparando per una gara?”, io risposi di sì e di contro lui mi disse “allora sei pronto per vincere!”».

Una profezia che si avvera il 30 settembre del 1956.

modena314“Quel giorno a Legnano partì anche Coppi – ricorda Modena – ma a quei tempi correre una gara del genere contro Fausto significava lottare per conquistare il secondo posto, così partii con l’obiettivo di provare a piazzarmi fra i primi cinque. Pochi istanti dopo aver terminato la prova vidi Coppi sul podio con i fiori in mano e senza rimpianti mi diressi verso il vicino albergo per la doccia” – “Mi stavo rivestendo quando dal cortile sentii urlare il mio nome: erano gli organizzatori, mi comunicarono che il vincitore ero io. Avevo battuto Fausto per 42 secondi”. Pochi giorni dopo a Milano prima di una kermesse, Hugo Koblet avvicina Modena tirandogli scherzosamente le orecchie: “Giovane, l’hai combinata grossa alla Bernocchi”. Nell’ambiente del ciclismo comincia a girare la voce che un giovane promettente ha battuto Coppi a cronometro, ma quella voce sarà destinata a rimanere nella leggenda, per sempre. A Modena non viene mai più concessa l’opportunità di sfidare il Campionissimo e a Vasco ritornano nella mente le parole dell’ex compagno di squadra e amico Giannino Piccol Roaz: “Se non vinci rimani un povero e non sei nessuno, ma se vinci loro sono costretti a pagarti di più”. Nella primavera del 1958, Vasco decide di dire basta con il ciclismo. La moglie è a casa in dolce attesa, lui in Belgio a correre la Liegi-Bastogne-Liegi sotto il diluvio. Modena si rifugia sotto una tettoia e viene riconosciuto da un gruppo di immigrati italiani che gli offrono una doccia e un piatto caldo. Riparte dopo un’ora, recupera fino ad arrivare nelle prime posizioni, poi dice basta, saluta tutti e torna a casa.

Vasco Modena oggi vive in silenzio, con umiltà, senza pubblicità, abitando provincie di umani ricordi e regioni di sportivi significati. «Arrivai sul traguardo della Bernocchi in ciabatte, ma Coppi se n’era già andato. Avrei voluto dirgli solo una cosa: non mi sentivo un corridore che l’aveva battuto, ma semplicemente uno che quel giorno gli era arrivato davanti.»

 

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