di Albano Marcarini

Il versante nord è il più impegnativo, con pendenze medie che sul Télégraphe si aggirano attorno al 7% per poi mantenersi costanti, dopo Valloire, fino ad arrivare ai valori parossistici della rampa finale, da Pian Lachat (1962 m) al colle (8,5-9%). È in questo tratto, di poco più di 8 chilometri, che si sono sempre fatti i giochi. La pendenza scatta di colpo dopo che la strada, dal fondovalle aggredisce di petto la deriva sassosa della Roche Olvera. Bisogna soffrire tre lunghi e vorticosi tornanti per vincere il primo gradino morfologico e presentarsi alla soglia delle Granges du Galibier (2301 m), dove chi non pensa al pedale può assaggiare saporiti formaggini di capra.

 

Lì, dentro una larga curva, su un piedistallo di marmo, è fissato un grande vetro, come una finestra rivolta al cielo. Occorre avvicinarsi per scorgervi incisa la sagoma di un ciclista nell’atto dello scatto. Noi la conosciamo bene. È la figura di Marco Pantani, il ‘Pantani forever’. Nella memorabile tappa alpina del Tour 1998 non fu proprio qui, ma un paio di chilometri più indietro che il Pirata prese il largo sul suo delicato vascello di ruote e raggi. Non importa il punto esatto, importa che quel gesto, così imperioso, così ribelle, sia rimasto nella memoria e celebrato come si fa con i grandi condottieri, con i personaggi illustri della storia. E poi questa stele cristallina ha il magico potere di rinvigorire le forze a chi sale, nel punto dove forse cominciano a venir meno, provate dall’estenuante pendenza. E non c’è vitamina migliore dell’emulare un grande campione.

[testo tratto da Galibier, l’emozionante reportage pubblicato su cycle! 3]

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