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di Margherita Hack

Era l’estate del ’33 e le imprese dei ciclisti al Giro d’Italia o a quello di Francia erano molto più seguite di oggi. Non c’era la televisione, ma solo quelle grandi radio gracchianti, che i miei non avevamo mai voluto o potuto prendere, e io dovevo aspettare il giorno dopo, quando andavamo a fare la speda da Silviero, il pizzicagnolo, e da lui era sempre possibile dare un’occhiata alla pagina sportiva della “Nazione”.

learco guerraA quei tempi mi era capitato di leggere da qualche parte le imprese, davvero eroiche, di Girardengo e Bottecchia, che correvano prima o poco dopo il mio anno di nascita, quando le tappe del Giro d’Italia erano spaventosamente lunghe, duecento e più chilometri, su strade sterrate e polverose, dove frequenti erano le forature. Avrò avuto dodici o tredici anni, a scuola si leggeva l’Odissea e poi l’Iliade, popolate di dei, semidei, eroi, e anche i campioni sportivi li vedevo un po’ come mezze divinità.

Ricordo che un anno la tappa del Giro si concluse a Firenze, presso il Campo di Marte, dove c’era lo stadio. Noi eravamo in casa di amici che abitavano proprio sul viale davanti all’impianto sportivo. Io ero uscita nella speranza di vederli da vicino e mi trovai a un tratto accanto a Guerra. Sebbene fossi per Binda, ricordo che gli toccai il braccio come se fosse stato un qualcosa di straordinario, una reliquia miracolosa, e mi parve un omone gigantesco.

Questo brano è tratto da:

Margherita Hack, La mia vita in bicicletta, Ediciclo editore, 168 pagine, 14,50 euro

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