di Gino Cervi

Sarà forse per questioni anagrafiche mie personali, ma sono molto sensibile alla domanda: “Scusi, ma lei è parente di…?”

Anche Enrico Battaglin, vincitore della tappa dello scorso giorno a Serra San Bruno se la sarà sentita ripetere migliaia di volte. No, nessuna parentela con Giovanni Battaglin, anche lui di Marostica, e vincitore del Giro e della Vuelta nello stesso anno, il 1981. Del resto, a Marostica, i Battaglin sono tanti.

azzini

La squadra Atena coi due fratelli Azzini in coda

Tutti sanno che sono molte nel ciclismo le “dinastie”: genìe di fratelli tutti messi in sella, prima o poi, dai genitori. Andando molto, ma molto indietro nel tempo, si ricordano i fratelli Azzini, Ernesto, Giuseppe e Luigi, mantovani, venuti a correre i primi “tramagli” – direbbe il Gioann Brera che presta la voce a l’avocatt Eberardo Pavesi – sui velodromi milanesi di inizio Novecento. Ci furono Henri e Francis Pellissier, che contesero a Ottavio Bottecchia i Tour de France di metà anni Venti. Fausto e Serse Coppi, Gino e Giulio Bartali, quest’ultimo morto giovanissimo, ancora dilettante.

Poi vennero, tra gli anni Cinquanta e Ottanta, i Moser, Aldo, Enzo, Diego e Francesco, “casata” che si perpetua anche ai nostri giorni con Moreno, figlio di Diego, e Ignazio, figlio di Francesco. E facevano un bel ritratto di famiglia, tra Sessanta e Settanta, pure i fratelli svedesi Petterson, Gösta, il più forte – vinse anche un Giro, nel 1971 – e Sture, Erik e Tomas. Tre fratelli erano anche i belgi Planckaert, Willy, Walter e Eddy, più, nella generazione successiva, Jo, figlio di Willy. Si è parlato dei Moser, ma, seppur meno blasonata, c’è stata pure una dinastia dei Saronni: accanto al noto Beppe, negli anni Ottanta si consumò la carriera anche di Alberto e Antonio, quest’ulitmo raccogliendo un po’ di fama, per le sue tante vittorie nel ciclocross.

Il meno famoso, Gaetano, della famiglia Baronchelli

Il meno famoso, Gaetano, della famiglia Baronchelli

Fratelli in corsa e in squadra, negli anni Settanta: come non ricordare i Baronchelli, Gianbattista e Gaetano. O gli Algeri: Pietro (grande pistard) e Vittorio (campione italiano su strada).E poi, si possono citare i fratelli Petito: Giuseppe professionista negli anni Ottanta e i giovane Roberto, entrambi votati al gregariato, am con buoni successi in carriera. Altra dinastia, quella dei Masciarelli d’Abruzzo: da Palmiro ai figli Simone, Andrea e Francesco, tutti con una carriera professionistica nel palmarés.Negli anni Novanta, il grande Miguel Indurain aveva accanto a sè il più giovane fratelli Prudencio, comparso nelle cronache di gara poche volte. Così come nelle statistiche della storia del ciclismo compaiono due Jalabert: il famoso Laurent, con un palmarès lunghissimo, e il quasi sconosciuto Nicolas, con in bacheca pochissimi successi.

Oggi, in gruppo ci sono anche due Sagan: Peter è il “nuovo” Cannibale delle volate, ma in squadra con sé cha anche il fratello Jurai, decisamente meno talentuoso. Per finire ai gemelli Schleck, Frank e Andy, a loro volta “figli d’arte”: Johny, loro padre è stato gregario di Anquetil e Merckx. Non sempre i campioni figliano all’altezza: ne sa qualcosa Axel, il figlio del Cannibale, dalla carriera alquanto inappetente a paragone col padre.

I fratelli Schleck (da newspaper.li)

I fratelli Schleck (da newspaper.li)

Poi ci sono le semplici omonimie, come quella appunto di Enrico e Giovanni Battaglin. Fiorenzo Magni non era parente di Secondo Magni, anch’egli toscano, ma di un decennio più grande. Vito Fàvero, veneto, si distingueva da Pino Favéro, piemontese, per l’accento. Sébastien Hinault, purtroppo per lui, non aveva nulla da spartire con Bernard.

Robert Millar negli anni Ottanta e.. in epoche più recenti

Robert Millar negli anni Ottanta e.. in epoche più recenti

Ma basta scorrere l’elenco dei partenti al Giro di quest’anno per cogliere omonimie o parentele. David Millar, corridore britannico nato a Malta, non è invece parente dello Robert Millar, scozzese di Glasgow, buon scalatore anni Ottanta-Novanta e ritornato alle cronache qualche anno fa: non più come Robert, ma come Philippa York, dopo aver cambiato sesso.

Mattia Gavazzi è invece figlio di Pierino Gavazzi, velocisti bresciani; come Adriano, anche lui velocista, ma bergamasco, era figlio di un altro Pierino, sempre velocista: Baffi. E ora c’è la terza generazione in corsa: ovvero Piero, figlio di Adriano e professionista con la Leopard Trek. Alessandro Vanotti gregario dei nostri giorni è nipote di Ennio Vanotti, gregario anni Ottanta, ma sono bergamaschi entrambi. Ivan Santaromita è il fratello minore di Mauro-Antonio Santoromita, professionista tra gli anni Ottanta e Novanta. Sempre per rimanere in ambito “devozionale”, Mauro Santambrogio, da Erba, non è parente di Giacinto Santambrogio, buon gregario di Merckx alla Molteni, prima, e poi di Gimondi alla Salvarani e poi alla Bianchi. Infine, lo stesso Luca Paolini, la maglia rosa di questi giorni, non ha nulla a che vedere con Enrico Paolini, gran bel corridore anni Settanta (molte tappe al Giro e tre volte il campionato italiano su strada).

Insomma, in ogni caso, diffidate dalle imitazioni.

 

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