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di Gino Cervi (foto di Guido P. Rubino)

Area metropolitana Napoli Nord. Spaccatella non è una pagnotta. È la strada che collega Caivano ad Aversa e che attraversa, o meglio “spacca” l’agro atellano, l’area che sorge intorno ad Atella, la scomparsa città prima osca, e poi romana. Di lei oggi non restano che poche memorie archeologiche, e molte memorie storiche: qui nacque la fabula atellana, germe primigenio della commedia latina; da queste parti Virgilio coccolato, beato lui, in una villa di Gaio Clinio Mecenate scrisse un bel pezzo di Eneide. Memorie per chi ne ha e le conserva, e tanto cemento per tutti.

Salvatore Di Vilio, fotografo umanista, di memoria ne ha e ne dà a piene mani: come Virgilio ce lo vedo bene. Da un paio di giorni in questa nostra breve commedia partenopea del Giro, poco divina e molto umana, ci guida tra le storie della lavorazione della canapa nell’agro atellano e tra le alte alberate di asprinio – di cui Mario Soldati, mezzo secolo fa, diceva non esistere al mondo vino “così assolutamente secco” – , tra le donne in bicicletta e le palestre di pugilato a Marcianise, e ci racconta di Antonio Montesano e di Franco Arminio, del corpo di Napoli e di un museo dell’aria. Parla con le mani e con il cuore, Salvatore “che t’aggia a dìcere” Di Vilio: incroci della vita, scelte e dilemmi, idee rimaste idee e idee diventate amicizie.

Se Salvatore è Virgilio, Mario Schiano è Mecenate. Discrezione ed eleganza, quando progetta e realizza una bicicletta come quando apre agli ospiti la sua azienda e ne racconta  la storia quasi centenaria; quando accompagna per la Mostra d’Oltremare Gigino De Magistris, il sindaco della “velorution parthénopéenne”, come quando, sul far della notte, ordina pizza per tutti.

Con Salvatore-Virgilio e Mario-Mecenate, lungo la Spaccatella, a Sant’Arpino, ci si ferma al Ristorart di Pio Del Prete. Arte, vino e cucina, recita l’insegna. Alici fritte, polpettine di melanzane, pomodorini secchi e bruschette, capocollo e salame, linguine noci e acciughe recita la tavola.

Capitiamo la sera che sul palco l’arte è quella meticcia di Sandro Joyeux, musicista dalle molteplici latitudini: banlieu parigina e casbah maghrebine, angiporti marsigliesi o napoletani, percussioni africane e modulazioni da chansonnier, voce e legni, chitarra e soul del mondo. Mentre batte il tempo Salvatore assicura di là in cucina Pio Del Prete è tanto bravo coi piatti quanto con le poesie di Raffaele Viviani. Peccato non ci sia tempo di invitarlo a recitare Fravecature o A rumba d’’e scugnizze. Ci resterà la voglia.

C’è tempo invece per un’altra apparizione, ritmica e mistica: quella di Franco Del Prete, che, con le sue percussioni e con i suoi testi, da oltre mezzo secolo ha incrociato e ha fatto incrociare il migliore sound partenopeo, da The Showmen a Napoli Centrale, con James Senese, Mark Harris, Pippo Matino e un giovane bassista: Pino Daniele; e poi da Eduardo De Crescenzo, a Sal Da Vinci e a Enzo Gragnaniello. Bello stare al cospetto artistico di Franco Del Prete, una faccia da Leo Ferré, un corpo ritmico, uno spirito libero. Settant’anni spesi bene.

On the road Spaccatella. Come sempre sulle strade del Giro le storie ti vengono incontro. Basta solo fermarle.

 

 

 

 

 

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