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Di Lorenzo Franzetti , da Brescia (Foto di Guido Rubino)

Grande, placida, come in un fresco luminoso oceano di silenzio, gli stava di faccia la Luna.
Sì, egli sapeva, sapeva che cos’era; ma come tante cose si sanno, a cui non si è dato mai importanza. E che poteva importare a Ciàula, che in cielo ci fosse la Luna?
Ora, ora soltanto, così sbucato, di notte, dal ventre della terra, egli la scopriva.
Estatico, cadde a sedere sul suo carico, davanti alla buca. Eccola, eccola là, eccola là, la Luna… C’era la Luna! la Luna!
E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta, là, mentr’ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore. (Ciàula Scopre la luna, di Luigi Pirandello).

La luna è la gloria, il sapore intenso del trionfo di un italiano. Di un siciliano. Vincenzo Nibali  scopre la gloria e si commuove: che meraviglia la luna. Il Giro a Brescia parla mille lingue: c’è una città che abbraccia i corridori. Come il calendimaggio: la festa della rinascita. Il tripudio di Brescia, attraversata dal gruppo multicolore, con in testa la maglia rosa. Il ciclismo sembra rinascere, sì. Finalmente il sole: simbolo della vita, della primavera. Primavera tanto attesa, tappa dopo tappa, invocato spesso invano. Vincenzo Nibali in maglia rosa, sulla sua bicicletta: davanti alla luna, ovvero la gloria, sotto il sole, ovvero la vita.

«Certo, mi sono chiesto il perché di tutta questa gente, veramente tanta. La risposta è difficile da dare, ma c’è: credo sia per quello che abbiamo fatto tutti noi  corridori e per quello che ho fatto io». Modesto e con le lacrime agli occhi, con il pensiero che ha «troppe cose da metabolizzare». Troppe emozione: solo che le ha regalate lui, quelle emozioni.

La città, Brescia, e il cielo sereno: «Che bel sole ci ha accolto. Dopo tutta questa pioggia». Acqua, tanta: in tutte le sue forme. Se c’è un simbolo di questo Giro, è proprio l’acqua. Nella primavera più fredda del secolo, attraverso in un’Italia con cento milioni di finestre aperte sui corridori.

GPR_7013Ha vinto un italiano, un siciliano: cuore e occhi da ragazzo con la valigia…«A 16 anni sono partito. E sono arrivato fino a qua: grazie, però, anche a tante persone. Alla mia famiglia e ai miei primi direttori sportivi, agli amici». L’umiltà ha le lacrime agli occhi di chi chiede solo di tornare a casa per poter rivedere le emozioni con calma: riassaporarle nel suo intimo e comprenderle fino in fondo.

Il Giro d’Italia si chiude, Brescia esulta nel calendimaggio del ciclismo: gli sconfitti pochi, pochissimi. L’unico forse è Bradley Wiggins, l’inglese accolto con mille onori e tappeto rosso: organizzatori quasi genuflessi di fronte a sua maestà, il britannico. Lo sconfitto è lui, non a causa dei problemi di salute che l’hanno costretto al ritiro, ma a causa dello stile anglosassone di gestire il ciclismo. Tutto calcolato, anzi no: tutto programmato, anzi forse. Le interviste prefabbricate, la distanza dal pubblico, la squadra blindata dietro al proprio rituale da squadra di calcio. Uno stile perdente, quello filtrato dagli addetti stampa, quello che si nasconde dentro ai bus, freddo e calcolato.

Ha vinto la spontaneità, la modestia di un campione che trova sempre e comunque il tempo per un autografo, che ha un sorriso per tutti. E che, sebbene non sia un mago a parlare, ha detto una cosa grande: «Il trofeo senza fine, quello del Giro, ha un peso pari alla sua bellezza». Il peso della responsabilità, la bellezza del ciclismo che riempie di nuovo le strade e le piazze.

Ha scoperto la luna, Vincenzo: e non ha più paura. Brescia, piazza della Loggia, il calendimaggio del ciclismo è tutto in suo onore: bandiere che sventolano, gente contenta. La neve, sulle montagne, comincia a sciogliersi: come uno scenario che si smonta, dopo lo spettacolo.

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