Pirqulu-Dövlət-Təbiət-Qoruğu

Di Gian Paolo Grossi, da Tedris Merkezi

SONY DSCDai e dai il colpo Leopard-Trek è arrivato. E addirittura nella tappa regina – la quarta – di un Giro dell’Azerbaijan ormai nelle mani dell’ucraino della Torku Sergiy Grechin. Conquistata con buona pace di Adriano Baffi che – perduta d’occhio la classifica generale a causa del più classico virus intestinale collettivo dei suoi ragazzi – ormai puntava tutto sui successi parziali. Magari gli avrà portato fortuna chi scrive, ieri ospite della sua ammiraglia, oppure sarà vero il contrario, e dunque ha trovato il successo proprio perché si è liberato dell’ignoto clandestino a bordo. Non lo sapremo mai, in realtà la scaramanzia nel ciclismo non esiste (l’allontana anche Baffi: “Avevamo il 13 nell’ordine di partenza delle ammiraglie e qualcuno suggeriva di capovolgere il numero ma io nemmeno ci avevo fatto caso”). Contano come sempre testa e gambe, al massimo un pizzico di fortuna. Doti che possiede il ceco Jan Hirt, eroe di giornata, capace di involarsi sulla lunga ma pedalabile erta di Samaxhi, nel cuore della riserva naturale di Pirqulu. Ha confinato i più immediati inseguitori, lontani anni luce: a 4’02” l’irlandese McConvey, abile a capitalizzare l’ennesimo podio per la casalinga Synergy Baku Cycling Project, a 4’25” lo spagnolo Rubio, della rappresentativa iberica Under 23. Gli altri sono prossimi ai cinque minuti di distacco ed oltre.
Nato 22 anni nell’area di Brno, capoluogo moravo, Hirt è alla prima vittoria con il progetto giovanile lussemburghese, cui è approdato quest’anno dopo due stagioni non proprio felici in Italia (al Team Food Mg K Vis e al G.S. Podenzano). Baffi gli dato una chance, pur spiegandogli che le sue caratteristiche di puro scalatore poco si conciliano con l’attività principale della Leopard, incentrata in Francia e nel Benelux, dove le salite vere non sono numerose e dove occorrono potenza e capacità di leggere il moto del vento. Qui è un’altra storia e c’era chi, in mattinata, lo pronosticava tra i candidati al successo e comunque tra i migliori cinque”. L’azzardo, con un eccesso di modestia, è di Fabio, un ragazzo italiano al servizio del team. Hirt ha fatto di più: ha sfruttato il lavoro del compagno De Bie, in fuga dal primo dei tre Gpm, ed è uscito dal gruppo al momento giusto, azzerando in meno di un amen il divario dai fuggitivi, presto abbandonati sulle rampe decisive della salita finale. A McConvey resta la soddisfazione di indossare la maglia rossa che contraddistingue il re delle montagne, mentre l’obiettivo di Schweizer (Synergy Baku) era quello di assicurarsi il traguardo volante dopo soli 10 chilometri, utile ad incrementare il primato nella classifica degli sprint. Nella generale il febbricitante Grechyn ha chiuso a 4’55” ma un ultimo sforzo poco prima del traguardo è servito al detentore della maglia azzurra per rosicchiare tre secondi agli inseguitori Surutkovych (Synergy Baku) e Kozhatayev (Astana Continental), ora staccati di 54 dal leader di classifica, mentre Hirt è risalito in ottava posizione.

SONY DSCDomani gran chiusura con uno spettacolare circuito nel centro di Baku, differente da quello della tappa inaugurale e da ripetersi 12 volte, per un totale di 144 chilometri. Con un dente che impegnerà i ciclisti per un paio di chilometri a tornata, l’atto finale della corsa azera non può definirsi passerella. Grechyn spera che parta presto una fuga, per poi amministrare la corsa e mettere una pietra sopra alle scarse ambizioni dei rivali.
Poco pubblico sul percorso snodatosi per 116 chilometri dal via di Gabala ad Ismailly e poi in direzione del parco di Pirqulu attraverso salite e discese dall’asfalto insidioso. Proprio in discesa è caduto il giovanissimo Slik, finito dritto contro la roccia in una curva secca, ad oltre 60 chilometri orari. Escoriazioni al volto e nella parte superiore del corpo per l’olandese della Rabobank, ma nulla di più grave.

SONY DSCTornando al pubblico, il calore della gente si è fatto sentire al via e all’arrivo, con gli atleti dell’unica squadra di casa letteralmente presi d’assalto. “Sei il più popolare ed evidentemente anche il più bello” mi sento di esprimere a Dan Craven, sommerso dalle ragazzine azere e dai papà che gli chiedono di prendere in braccio i loro figli piccoli. Se proprio non si può parlare di trasporto emotivo, la novità del ciclismo è vissuta con curiosità ed interesse dalla gente dei posti toccati dalla corsa. Ciò che colpisce è la pulizia delle strade, in particolare nei centri abitati (vabbè, molti posti al mondo sono puliti, è in Italia che siamo abituati male), l’educazione e la cordialità del fiero popolo azero. Che – caso unico in tutto il mondo – non si scanna per borracce e sacchetti scagliati a terra dai ciclisti dopo i rifornimenti di acqua e cibo. “Se li hanno gettati vuol dire che non servono più” sembrano lasciar intendere gli indigeni a bordo strada, mentre qualcuno insinua che possono semplicemente aver timore di raccoglierli. E’ uno dei misteri dell’affascinante sfida a due ruote sulle strade del Caucaso.

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