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Di Gian Paolo Grossi
Una promessa è un impegno, affermavo poco più di una settimana fa dalla soleggiata Baku, dopo la vittoria di Christoph Schweizer nella tappa inaugurale del Giro dell’Azerbaijan. C’era in effetti viva curiosità attorno alla neonata Synergy Baku Cycling Project, la squadra locale di cui Schweizer fa parte, diretta in ammiraglia dall’ex Sky Jeremy Hunt e con David McQuaid (già, proprio il figlio di Pat, presidente Uci) nelle vesti di general manager. A conti fatti, i risultati ottenuti da questo team nella corsa disputata nel Caucaso (presenza fissa sul podio di tutte e cinque le tappe, maglia rossa di miglior scalatore all’irlandese McConvey e maglia verde allo stesso Schweizer quale leader degli sprint) giustificano una maggiore conoscenza del progetto ciclistico che potrebbe un giorno rappresentare l’identificazione di un intero Paese, come avvenuto con l’Astana per i kazaki. L’obiettivo è molto più che nobile: ispirare una nazione, sviluppando la pratica del ciclismo tra i giovani sportivi. E ancora, portare almeno un ciclista locale alla corsa olimpica su strada di Rio 2016, 35 anni dopo la presenza di un atleta di Baku nel panorama internazionale: Alexander Averin vinse infatti per l’Unione Sovietica la Corsa della Pace nel 1978 ed in precedenza aveva conquistato la maglia a punti nel Tour de l’Avenir per Under 23. Gli ideatori del progetto non lavorano però solo sulle risorse umane, ma sanno che occorrono strutture all’altezza per arricchire il giardino di casa e poter così risultare appetibili nel mercato internazionale a due ruote. Non a caso è in via di definizione lo studio di un velodromo olimpico, tenuto conto che la capitale azera ospiterà nel giugno 2015 i primi Giochi olimpici europei, in preparazione alla kermesse di Rio. Insieme al Velopark già realizzato – e da cui è partita la seconda tappa del Giro – negli intenti della federazione azera il velodromo dovrebbe costituire uno dei gioielli della moderna capitale caucasica, definita Città Bianca.
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Il concepimento della Synergy Baku avviene in pratica lo scorso anno ai Mondiali di Valkenburg, allorché McQuaid jr. incontra i vertici della Federciclismo azera. “E’ successo tutto molto in fretta, dopo quel primo colloquio – spiega David, tradendo un entusiasmo contagioso -. A ottobre mi sono recato una prima volta a Baku, poi ci sono tornato con Jeremy (Hunt, ndr) e David McCann (il tecnico irlandese che cura la preparazione degli atleti, ndr). Sono stati tre mesi di duro lavoro ma proprio all’ultimo (addirittura il 31 dicembre!, ndr) siamo riusciti ad iscriverci all’Uci come squadra Continental per il 2013”.
Ciclisti reclutati un po’ da tutto il mondo: oltre al tedesco Schweizer, ecco l’irlandese McConvey, buon grimpeur, lo scalatore ucraino Surutkovych, il russo Pozdnyakov, l’esperto britannico Clark spalleggiato dal 39enne McCann (selezionato per i Giochi di Londra 2012 e per il Mondiale, ma costretto forzatamente a lasciare l’attività per un incidente in allenamento), il passista e poliglotta namibiano Craven, formatosi in Ticino, e ancora il danese Ebsen, i velocisti Rogers (neozelandese) e Manan (malese), oltre ad una schiera di giovani azeri il più competitivo dei quali è il 25enne Eichin Asadov. Unico indigeno a prender parte alla corsa di casa, conclusa brillantemente al 13° posto. Che siano personaggi in cerca d’autore o corridori di seconda schiera a caccia di una dimensione nel panorama ciclistico, tutti loro hanno una storia, che sarebbe tuttavia troppo dispersivo raccontare in questa sede. Emblematico è il caso di Schweizer, a buon titolo definito la star del Giro, ancor più del vincitore finale, l’ucraino Grechyn: da dilettante Schweizer è stato compagno di Cavendish, poi si è un po’ perso, si è dato alla pista ed ora che si è ritrovato ha fatto centro a marzo a Taiwan, prima dell’exploit azero. Corse di serie B, d’accordo, ma chi non sta bene non vince neppure quelle.

SONY DSCAltro particolare degno di nota: di fatto la squadra non ha una base. Dovrebbe essere a Baku ma là semplicemente non c’è, forse perché non c’è stato il tempo di organizzarne una, forse perché si troverebbe fuori dalla geografia del ciclismo che conta. Lo staff del team lavora a Dublino, nel quartier generale dei McQuaid. Ma potrebbero esserci presto sviluppi per allestire una sede in Austria o in Italia. “Il nostro modello da imitare è l’Astana, l’obiettivo da centrare in futuro l’accesso nel World Tour – prosegue David McQuaid -. Portare in giro per il mondo il nome di Baku e farlo in modo vincente. Io e Hunt siamo della stessa opinione: la strategia strutturale della squadra dovrebbe portarci ad essere un team Continental Pro nel 2016, per poi crescere ancora. E diventare una di quelle squadre ambite dagli organizzatori ma che possono essere un problema per i rivali. Negli ultimi mesi ci siamo impegnati a fondo per mettere insieme la squadra. Io ho lavorato con la federazione, gli sponsor ed il programma di gare, lui con i ciclisti azeri, per farli diventare più competitivi”. Entusiasmo, si diceva, ma anche la capacità di tenere i piedi ben ancorati a terra. Il neomanager della Synergy dimostra di avere le idee chiare e di conoscere i potenziali pericoli di una crescita esplosiva: “Se corressimo troppo in fretta, puntando su atleti guida troppo prestigiosi, in assenza a questo livello di classifiche assolute Uci, questo importante ed ambizioso piano di lavoro potrebbe andare perduto. Dobbiamo dotarci di ragazzi che possano costituire un modello per i ciclisti di Baku. Per questo campione di azeri, ritrovarsi ad un livello Continental e magari tra qualche anno Professional, il progetto Synergy Baku dovrà rappresentare l’ideale piattaforma da cui far maturare altri giovani atleti”. Con la benedizione di papà Pat, scomodatosi per raggiungere Baku nel giorno del gran finale, a dispetto della concomitanza con il via del Giro d’Italia, ed il denaro che sgorga da un Mar Caspio ricco di gas e di petrolio, il Synergy Baku Cycling Project potrebbe davvero allargare ulteriormente i confini della tanto inflazionata globalizzazione sportiva.

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