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Di Gian Paolo Grossi, da Gabala
Qual è il modo più interessante per far scorrere una vallonata terza tappa del Giro dell’Azerbaijan adatta alle imboscate e sviluppatasi in formato quasi identico – eccezion fatta per il ricongiungimento finale – a quella di due giorni fa a Baku? Viverla dall’ammiraglia della Leopard-Trek, al fianco dell’ex pistard e sprinter di Mapei e Us Postal Adriano Baffi, ora direttore sportivo del progetto giovanile lussemburghese e padre di Piero (attenzione, il nonno-campione era Pierino), unico italiano in scena nella corsa azera. Un viaggio di 170 chilometri ai piedi del Caucaso, da Gabala al villaggio di Sheki e ritorno, reso inevitabilmente gradevole dalle chiacchiere sul mondo del ciclismo (delle quali chi scrive non esternerà alcunché nemmeno sotto tortura) e dai commenti alle fasi di corsa, la cui visione dall’interno resta l’aspetto più affascinante di questo sport.
SONY DSCUn dettaglio: a vincere è l’ucraino Vitaliy Popkov (Isd Continental), sul compagno di fuga Stig Broeckx, (Lotto Belisol U23). Il gruppo, giunto a 1’33” dai due fuggitivi, è regolato dal tedesco Schweizer (Synergy Baku Cycling Project), confermatosi il più forma tra i velocisti dopo aver centrato il successo nella tappa inaugurale e ritornato in possesso della maglia verde che identifica il leader delle volate. Nulla cambia in classifica generale, in attesa del temuto arrivo in salita di domani nella riserva naturale di Pirqulu: in maglia blu c’è sempre l’ucraino Grechyn, rappresentante della Torku Serkespor, formazione dotata di un’organizzazione superiore alla concorrenza. I due battistrada in origine erano otto, comprendenti il navigato Vaitkus, il simpatico namibiano Craven (con un passato da dilettante correva in Ticino e alla vicentina Zalf, sufficiente a garantirgli la perfetta conoscenza dell’italiano) ed il danese Haugaard-Jensen, della Leopard. Un vantaggio massimo di quasi sette minuti ha permesso all’ammiraglia guidata da Baffi di risalire dalle retrovie e di inserirsi ripetutamente tra il gruppo principale e quello dei fuggitivi e a chi scrive dei protagonisti di apprezzarne velocità, evoluzioni legate al vento e alla ricerca della scia, nonché i rifornimenti, i discussi passaggi di borracce e persino coloro che nel finale si attaccano alle vetture (ovviamente non alle loro). Dal gruppo filtra un’atmosfera rilassata: si ride, si scherza, ci si mette in posa agli scatti fotografici fatti dal finestrino, senza per questo lasciar fuggire la dovuta concentrazione. Di certo c’è meno stress in questo plotone che non nelle corse italiane tra dilettanti.
SONY DSCLa fuga scappa attorno al chilometro 40. Per Baffi la presenza del danesino è quella giusta: “Da quando è con noi non ha ancora vinto una gara ma è l’uomo ideale per arrivare in fondo. In volata è veloce ed è resistente sul passo”. Non sarà così, non giungerà in fondo tra i primissimi. Nemmeno dopo un poderoso rilancio da cronoman, quando l’ottovolante va in frantumi sentendosi braccato dal prepotente ritorno del gruppo. L’uomo Leopard prova a resistere al duo che andrà al traguardo in solitario, mentre cedono ad uno ad uno Craven (rimasto inspiegabilmente in coda per tutta la fuga) e gli altri cinque.
La tappa è ravvivata da una buona presenza di pubblico a bordo strada, su carreggiate nuove di zecca e a dir poco spaziose. Dominano la scena – nelle mani di ragazzini in elegante abito scolastico ma anche di adulti in giacca e cravatta o di donne radunate in gruppi – le bandiere azere. Blu come la cultura europea, di cui si avverte fiera ma ingiustificata appartenenza, ma anche come simbolo del patrimonio turco; rossa come il progresso e la civiltà pre-islamica del Paese (zoroastrismo) e verde come l’attuale militanza islamica.
SONY DSCAl centro la mezzaluna, a rinsaldare il legame con la Turchia ed una stella ad otto punte: in era pre-sovietica l’Azerbaigian divenne indipendente nel 1918, con cinque anni d’anticipo rispetto alla Turchia (che nella bandiera oltre alla mezzaluna ha una stella a tre punte). Non è raro vedere i più giovani innalzare l’immagine (sacra, da queste parti) di Heydar Aliyev, l’ex presidente azero a cui è succeduto il figlio. Il passaggio dei ciclisti è scandito da musiche locali: spiccano il duduk (uno strumento a fiato in legno che Baffi definisce l’incantatore di serpenti), il saz (simile al liuto) ed il dhol, una specie di tamburo. Buffe sono le abitazioni in campagna e nei villaggi: avete presente il film “Borat” con Sacha Baron Cohen che scimmiotta le rudimentali usanze dei kazaki? No? Beh, magari dategli un occhio, e capirete tutto.

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