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Desta molta preoccupazione la spinta della Germania verso la propulsione elettrica delle automobili. L’automobile elettrica è ormai chiaro come crei più problemi di quanti non ne risolva: lascia invariato il tasso di congestione da traffico, a conti fatti è più inquinante dell’auto a combustibile fossile, consuma anche da ferma (le batterie si scaricano, e le automobili private rimangono ferme il 90% della loro vita utile), pone problemi infrastrutturali come la capillarità della rete di ricarica in strada che impiega fondi e ulteriore spazio pubblico da destinare magari altrove e potrei continuare, anzi continuo: il Litio necessario per le batterie non è una fonte rinnovabile, per estrarlo e raffinarlo si pagano prezzi ambientali altissimi, soprattutto in vista di un uso di questo minerale ancora più massiccio di quanto già non richiedano le decine di dispositivi ricaricabili che affollano le nostre vite. Soprattutto, con il definitivo avvento dell’auto elettrica sbandierato dall’industria tedesca il modello d’uso dell’automobile non cambia di una virgola, nonostante si sia visto come è proprio la mobilità individuale a base automobilistica a rendere peggiori le aree metropolitane. E non solo a causa dell’inquinamento, ovviamente. Eppure, l’auto con la scossa è evidentemente vista in Germania come l’indirizzo più vicino per raggiungere la salvezza da una crisi del settore che sembra inarrestabile. Entro l’anno prossimo i costruttori tedeschi presenteranno almeno sedici modelli elettrici, e le motivazioni date dal presidente della VDA per questa febbre da Volt delle case tedesche sono che la Germania rimanga “leader di questa tecnologia e di questa fetta di mercato”. Anche Angela Merkel si spende personalmente per assicurare il successo all’auto elettrica, tentando di convincere i consumatori ancora timidi che il periodo della sperimentazione è finito, i modelli di auto elettriche sul mercato ci sono e “bisogna solo comprarle”. Personalmente risponderei compratela tu, se ci tieni tanto, ma vediamo invece di criticare in maniera costruttiva.

Se l’auto elettrica fosse davvero una innovazione nella tecnologia bisognerebbe allora trovare un modello di business che valorizzi le sue potenzialità; ad esempio, costruendo reti di condivisione territoriale delle auto, gestite dagli stessi costruttori su licenza pubblica, riconvertendo adeguatamente la loro rete vendita con previsioni di profitto che a buon senso chiunque potrebbe vedere. Un cambiamento epocale, ma anche un’assicurazione a lungo termine sui profitti: la domanda globale di motorizzazione è in calo anche e soprattutto per saturazione, non si vede come potrebbe tornare ai livelli del Novecento, dunque rimanere leader non dovrebbe voler dire offrire un nuovo prodotto per lo stesso uso, bensì raddoppiare la novità sia sul prodotto che sull’offerta. L’auto la trovi quando ti serve, dove ti serve, ed è sempre del brand che preferisci e che hai scelto nel tuo contratto, piuttosto che rischiare il calderone multimarca del car sharing su piattaforma social che nel frattempo spopola per il beneficio di un terziario lungimirante. Paghi solo l’uso, basta con la proprietà di oggetti tendenzialmente sempre più inutili, costosi e fastidiosi.

In altre parole, fare marketing di brand anziché sul singolo modello, proponendo un uso dell’automobile innovativo e possibilmente anche lucroso piuttosto che la stessa zuppa da concessionario ormai perdente. Invece, niente di nuovo. Forse stiamo assistendo ai primi effetti del programma europeo Cars 2020 (no, non è l’ulteriore sequel del film di Lasseter) che entro quella data avrà assegnato all’industria automobilistica europea un bonus di 82,5 miliardi di euro per avere un’automobile “verde”, che esprima “innovazione e ricerca”. Eccola qui. Adesso bisogna comprarla.

 

 

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