cyclistes_montagne

Di Lorenzo Franzetti

 

«Trovami quel pivello»

«Ci provo, vado a cercarlo»

Sam il fotografo si alzò dalla sedia della sala stampa con l’orecchio appiccicato al cellulare.  I telegiornali locali mandavano già i servizi sulla giornata, quelli nazionali parlavano d’altro, dello scudetto e dell’inflazione. Ed io avevo già rimosso adrenalina ed emozioni. Sembrava non fossi nemmeno stato lì, in quel momento tutto mio, camminando sulla strada che portava al paese, avvolto com’ero dalle nubi e dall’odore di salamella alla griglia misto a vin brulé. Con la sera calava il silenzio su tutta la montagna che, per un giorno intero, aveva accolto il frastuono e i campanacci del ciclismo. In lontananza si avvertiva soltanto il rumore metallico di transenne sganciate e gettate su un rimorchio.

Foto da Nikonclub.it

Foto da Nikonclub.it

Atmosfera color grigio topo, una coltre dal cielo alle ginocchia, sfumava forme e colori per lasciar spazio alla libertà totale dei pensieri. Con lo sguardo provavo a fissare le rocce che appena s’intuivano, puntinate di nebbia, lì accanto ai pascoli alpestri: per cercare di scorgere qualche marmotta, una forma di vita a colori. Era un gioco, quello, che facevo fin da ragazzino, da quando i miei genitori mi avevano mandato in montagna con l’oratorio e lassù scoprivo che c’era un’altra natura, più selvaggia e autentica delle mie care colline pettinate e ordinate, affacciate sul lago. Una marmotta, che sgattaiolava da un sasso e fischiava tanto forte da far rimbalzare l’eco fino ai ghiacciai, mi dava un senso di meraviglia autentica. Tipico di un bambino cresciuto con i cartoni animati di una piccola pastorella che viveva con il nonno sotto i monti che sorridono. Sì, la montagna dei bambini della mia generazione è stata quella di Heidi e le caprette che fanno ciao. E, in vacanza con l’oratorio, avevo poi scoperto quanto fosse cretina quell’immagine, non appena avevo constatato quanto cagassero quelle caprette, mentre cercavo di pulirmi gli scarponi e la giacca a vento, sulla riva di un torrente gelato, mentre venivo sfottuto dagli altri ragazzini. Ero il più piccolo del gruppo, ma a pallone mi facevano giocare lo stesso, solo a patto che giocassi in porta. Poi, avevo capito perché: «Coraggio, tuffati!» m’incitavano a ogni tiro. Ma il Maracanà alpestre, improvvisato stadio tra i pascoli a 2.000 metri di quota, era sempre costantemente spalmato di escrementi di mucche e caprette. Le marmotte mi sembravano le uniche creature alle quali stavo simpatico anche così, con i gomiti e le suole macchiate di merda. Ah, pardon, bovacce.

fogQuasi vent’anni dopo, in una sera umida, scoprivo, invece, un’altra montagna. Quella dei camperisti che si accampavano per giorni ai bordi della strada e rimanevano lì, a brindare e a meditare, in attesa di quella rapida carovana, piena di clacson, che odorava frizione bruciata e precedeva uomini piegati dalla fatica. Tutto quello si chiamava Giro d’Italia. Ora, passato lo spettacolo, uomini e donne stanchi e felici assaporavano le ultime salsicce, prima di tornarsene a valle, sempre lì, su quella strada, ora deserta, che avevano trasformato in un murales infinito, pieno di dichiarazioni d’amore scritte con la vernice. Tutta un’altra atmosfera, rispetto a quella che mi ero immaginato leggendo i reportage di Mario Fossati, scritti su giornali sportivi che, sempre da ragazzino, avevo scoperto nel ripostiglio di mio padre, dentro una scatola nella quale conservava i cimeli d’infanzia. Il ciclismo di Mario Fossati, sulle pagine ammuffite e in bianco e nero, era un mondo fatto di avventure e di eroi, di epiche battaglie in bicicletta e di altre fantasie.

«Ma dove cavolo ti sei cacciato?» mi aveva improvvisamente raggiunto il fotografo, un omone grande e grosso con il respiro affannato perché non era abituato a correre in montagna.

«Non ero scappato, sono qui. Volevo rinfrescarmi le idee, prima di scendere a valle»

«E il telefonino? Per che cavolo lo hai comprato, se poi lo tieni sempre spento?»

Già, il telefonino era il mio incubo: era una cosa più forte di me, me lo dimenticavo costantemente in qualche borsa irraggiungibile, era l’ultimo dei miei pensieri non appena mi ritrovavo lontano dalla mia scrivania.

«Scusa Sam, il telefonino mi si è scaricato improvvisamente. Chissà, sarà stato un campo magnetico» era la solita scusa alla quale ormai nessuno abboccava più.

«Ti cercava il mio direttore, dice che vuol mettere una buona parola per te».

camperE così, in un’estate torrida di tredici anni fa, venni assunto dal giornale. Merito certamente anche di quella sera su in montagna, nella quale avevo raccontato la vittoria di Stefano Garzelli, un ciclista pelato e magrissimo, grande rivelazione del ciclismo nostrano, protagonista di un’impresa che io avevo raffigurato come una battaglia epica. Colpa di Mario Fossati, se poi il direttore, durante il colloquio decisivo, mi aveva detto: «Sì, ma ora smettila di scrivere cazzate. Quelli erano altri tempi, tu scrivi come dico io». Avevo sussultato sulla sedia pronunciando un timido «sissignore». Ma in cuor mio pensavo che bestemmiasse.

(Continua)

 

La premessa: l’antica bottega

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