di Gino Cervi

Oggi il Giro parte da Busseto. È un omaggio a Giuseppe Verdi, di cui ricorre quest’anno il 150° anniversario della nascita. Opera lirica e ciclismo sono passioni che uniscono. E pazienza se ad andare a sentire l’opera è spesso ormai per pochi, visti i prezzi dei biglietti; e pazienza se il ciclismo spesso ha fatto di tutto per demolire la sua credibilità. Le passioni restano, condivise, popolari. Non si spiegano, si vivono. Verdi lo si ascolta dentro casa, mandando a memoria le arie; il Giro lo si va vedere sfrecciare via lungo la strada che passa più vicino a casa, o in cima a una montagna, a una svolta di tornante, dormendo la notte prima in tenda, col freddo dei quasi due mila metri e la pioggia novembrina di questo maggio all’incontrario.

Ma Busseto e la Bassa parmigiana è la terra di un’altra solida passione popolare. Quella per un altro grande maestro Giovannino Guareschi. Busseto, Roncole (casa natale del Maestro) e Fontanelle di Roccabianca, la frazione in cui è nato Guareschi (1908), stanno a un breve giro di chilometri, o meglio di pedalate.

Guareschi aveva una sua idea di bicicletta, quella che tutti usano (o usavano) gli abitanti della Bassa, dai cinque agli ottant’anni. Questa qui. Magistrale, appunto, come un’aria del Rigoletto.

«Non si riesce a capire come, in quella fettaccia di terra che sta fra il grande fiume e la grande strada, ci sia stato un tempo in cui non si conosceva la bicicletta.

Difatti, alla Bassa, dai vecchi di ottant’anni ai ragazzini di cinque, tutti marciano in bicicletta.

E i ragazzini sono speciali perché lavorano con le gambe di sbieco in mezzo al triangolo del telaio e la bicicletta cammina tutta di traverso, ma va. I vecchi contadini viaggiano per lo più con biciclette da donna, mentre i vecchi agrari con pancione adoperano ancora le vecchie “Triumph” col telaio alto e montano in sella servendosi del predellino avvitato come dado al perno della ruota posteriore.

C’è davvero da mettersi a ridere vedendo le biciclette dei cittadini, quegli scintillanti arnesi di metalli speciali, con impianto elettrico, cambio di velocità, portapacchi brevettati, copricatena, contachilometri e altre porcherie del genere. Quelle non sono biciclette, ma giocattoli per far divertire le gambe.

La vera bicicletta deve pesare almeno trenta chili. Scrostata della vernice in modo da conservarne soltanto qualche traccia. La vera bicicletta, tanto per incominciare, deve avere un solo pedale. E dell’altro pedale deve essere rimasto soltanto il perno che, levigato dalla suola della scarpa, luccica meravigliosamente ed è l’unica cosa luccicante di tutto il complesso. Il manubrio, privo di manopole, non deve essere stupidamente perpendicolare al piano della ruota, ma essere spostato a destra o a sinistra di almeno dodici gradi.

La vera bicicletta non ha parafango posteriore: ha soltanto quello anteriore in fondo al quale deve penzolare un buon pezzo di pneumatico d’automobile, preferibilmente di gomma rossa, per evitare gli spruzzi. Può avere anche il parafango posteriore qualora dia fastidio al ciclista la striscia di fango che si viene a formare sulla sua schiena quando piove. In questo caso, però, il parafango deve essere inclinato un bel pezzo in modo da permettere al ciclista la frenata all’americana che consiste appunto nel bloccare, con la pressione del fondo dei pantaloni, la ruota posteriore.

La vera bicicletta, quella che popola le strade della Bassa, non ha freno e i suoi copertoni devono essere debitamente sbudellati indi tamponati con trance di vecchie gomme, in modo da creare nel tubo pneumatico quei rigonfiamenti che poi permettono alla ruota di assumere uno spiritoso movimento sussultorio.

Allora la bicicletta fa veramente parte integrante del paesaggio e non dà neppure lontanamente l’idea che essa possa servire a dare spettacolo: come appunto succede con le biciclette da corsa che rispetto alle vere biciclette, sarebbero come le ballerinette da quattro soldi nei confronti delle brave e sostanziose donne di casa.

D’altra parte un cittadino queste cose non riuscirà mai a capirle perché il cittadino, nelle questioni sentimentali, è come una vacca nella melica. Questi cittadini che sono pieni fino agli occhi di porcherie morali, e poi chiamano “mucche” le vacche perchè, secondo loro, chiamare vacca una vacca non è una cosa pulita. E chiamano toilette o water closet il cesso, ma lo tengono in casa mentre, alla Bassa, lo chiamano cesso ma ce l’hanno tutti ben lontano da casa, in fondo al cortile. Quello del water nella stanza vicina alla stanza dove dormi o mangi sarebbe il progresso e quella del cesso fuori da dove vivi sarebbe la civiltà. Cioè una cosa più scomoda, meno elegante, ma più pulita.

Nella Bassa la bicicletta è una cosa necessaria come le scarpe, anzi più delle scarpe perché mentre uno anche se non ha scarpe ma ha la bicicletta può andare tranquillamente in bicicletta, uno che ha le scarpe ma non ha la bicicletta deve andare a piedi.

Qualcuno magari osserva che questo può succedere anche in città: ma in città è un’altra cosa per via che c’è il tram elettrico, mentre nelle strade della Bassa, non ci sono rotaie ma soltanto, segnate nelle polvere, le righe diritte delle biciclette e dei barocci e delle moto, tagliate ogni tanto dal solco leggero e saettante che fanno le bisce quanto passano da un fosso all’altro.»

Giovanni Guareschi in bicicletta (www.ilfoglio.it)

Giovanni Guareschi in bicicletta (www.ilfoglio.it)

 

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