di Gino Cervi

il prete belloVicenza, un inverno di 80 anni fa. Due ragazzi si “guadagnano” furbescamente una bicicletta alle spalle della signorina Immacolata che smania per le bellurie del vanesio don Gastone, il prete del quartiere. La bicicletta è una Bianchi, ma è una sola e i  ragazzi, Sergio e Cena, sono due: per non stare l’uno a guardare l’altro che la usa,  i due amici escogitano il sistema “di far girare un pedale a testa, entrambi appesi ai due lati”. Indossano una maglia biancoceleste della Bianchi e una verde ramarro della Legnano.

Goffredo Parise, con Il prete bello, ha scritto nel 1954 un romanzo più bello del suo prete. Pagine di trascinante vitalità. Come questa, che gira intorno alla bicicletta. Che è desiderio del corpo e corpo posseduto.

«Fu il nonno a scegliere la bicicletta: rossa, poiché la si voleva rossa e della grandezza da uomo, non da bambino. Se ne fece mostrare cinque prima di trovare quella giusta che gli andava bene; ma alla fine, quest’ultima, la esaminò, la palpò come si trattasse di un puledro, di una servotta, di una signorina da casa di lusso; tastò la sella, fece girare le ruote misurando i raggi con l’attrezzo adatto, fece cantare il telaio con precisi ed esperti colpetti delle dita. Il signor Paulotto e Gildo il commesso sudavano freddo dalla rabbia e dall’indignazione.

Era tutta fasciata di strisce di carta ingrassata, profumata di buon olio da meccanico. Don Gastone la benedisse e pronunciò qualche parola mettendo in rilievo il buon cuore della signorina Immacolata e di quelle signorine che avevano, se pur umilmente, contribuito al gesto di carità.

“È merito suo, è tutto merito suo”, obiettava la signorina Immacolata, pressata dagli insistenti ringraziamenti dei parenti. Ma soltanto io, Cena e forse anche don Gastone conoscevamo il vero significato di quelle parole. Ella lo guardò, pronunciandole, fissamente, con intensità che andava aumentando di grado in grado fino a farle socchiudere le palpebre.

Don Gastone volle montare in sella, così, alla buona, facendo lo sbarazzino, ridendo; ma cadde malamente nel tentativo tremolante e furioso d’infilare i pedali: cadde, gli si sollevò la veste e in un delizioso istante apparvero le sue grosse gambe abbronzate e muscolose.

Le signorine ebbero un sussulto. Più d’una diede in invocazioni. Ma la bicicletta era stata afferrata al volo da Gildo e don Gastone ebbe così modo di rimbalzare con destrezza, si alzò e accennò alcune brevi flessioni per rimettersi in equilibrio.

Dopo di che, finalmente, la bicicletta passò in nostre mani. Tenendola sollevata uscimmo dal negozio e il gruppo si disperse.

L’indomani stabilimmo di comprare due maglie da corridore, ciascuno con i soldi che avevamo racimolato in quegli ultimi giorni: una maglia della Legnano e una della Bianchi. Erano larghe e slabbrate per noi, ci arrivavano fino alle ginocchia e sarebbe stato molto facile strapparle, ma si pensò di assicurarle ai calzoni cucendole al bordo.

Nelle ore meno fredde del pomeriggio ci si allenva sul viale della Stazione: scoprimmo così che nessuno dei due arrivava con le proprie gambe dalla sella ai pedali; allora si risolse il problema infilando una gamba nel telaio, appesi al manubrio da un lato, ma successero litigi, malcontenti e risse perché il turno di uno veniva a risultare sempre più breve di quello dell’altro. Escogitammo allora un altro sistema; quello di far girare un pedale a testa, entrambi appesi ai due lati della bicicletta.

L’inverno era al suo pieno, le strade, i campi e i giardini coperti di ghiaccio, ma noi si sognava già l’estate arrancando furiosamente su e giù, su e giù, col movimento di que stantuffi, mentre la gamba libera del pedale si indolenziva per aria: le mantelline volavano lasciando intravedere i magnifici colori dei maglioni.

Cena sudava e anch’io sudavo ma la bicicletta era lì, con noi; il nostro alito si condensava nell’aria, si perdeva nei viali deserti o gelati dove la bicicletta correva solitaria. Che bella bicicletta, la Bianchi! sottile ed esile; a noi sembrava di volare, di scivolare sui rami scheletriti degli alberi, sulla nebbia, sui tetti della città.»

da Goffredo Parise, Il prete bello (1954)

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