SONY DSCDi Gian Paolo Grossi, da Ismailly

Partiamo da ciò che non è stata, la seconda tappa del Giro ciclistico dell’Azerbaijan. Noiosa, quello proprio no. Il guaio è che ai giornalisti al seguito (è un eufemismo, data la circostanza) l’hanno raccontata e si sono dovuti accontentare – questi inesauribili ingordi – di prendere posto sulla finish line un paio di minuti prima dell’arrivo della corsa. La meta alternativa al tragitto che dal Velopark di Baku va alla cittadina di Ismailly, all’interno del territorio azero, è un involontario e maldestro tentativo di anticipare il plotone di ciclisti per poi perdersi in un paesaggio da Far West, tra buoi smilzi che ciondolano per strada, auto che vanno in fiamme per strada, piccoli serpenti di terra e scene familiari da primo Ottocento fatte di personaggi che guardano lo straniero come farebbe una mucca al passaggio di un treno.

SONY DSCLasciare Baku significa abbandonare il Mar (pardòn, lago) Caspio, la sua periferia ridondante di costruzioni ed i pozzi che, qua e là affiorano dall’acqua testimoniando la presenza del petrolio. Principale fonte di ricchezza di un Paese che non conosce la parola crisi, semplicemente perché l’ultima suddivisione dell’area del Mar Caspio ha concesso all’Azerbaigian più di quanto servisse ad un popolo di soli nove milioni di anime.

Ma se Baku è città moderna, scintillante, in netta espansione, il piano B per raggiungere Ismailly (e cioè al di fuori della rotta che gli organizzatori avrebbero imposto alla carovana) mette a nudo ciò che nel Caucaso è ancora indietro anni luce. Ismailly ha poche strade asfaltate, eppure un visitatore qui si ferma volentieri, se non altro per riflettere su ciò che nella vita non è strettamente necessario, talvolta superfluo. L’Azerbaijan vuole europeizzarsi, eppure è qui che ci si sente in Asia, ora più che mai. Musiche, balli, tappeti, denti d’oro e tanta polvere: il visitatore curioso non penserà per un solo attimo di trovarsi in Europa e questo posto, grazie al cielo, sarà così anche fra cent’anni, conservando integra la propria affascinante cultura. Fatta anche e soprattutto di cordiale curiosità per lo straniero. Zero turbanti e minareti, perché questa ha sposato la causa di essere una repubblica laica.

SONY DSCSi diceva di una tappa scoppiettante e non avrebbe potuto essere diversamente, con quattro erte da scalare e più di 2000 metri di dislivello totale. Sergiy Grechyn, della Torku Sekerpor, già quarto nella volata di ieri, ha fatto dimenticare il fantasma di Sayar, il vincitore del Giro di Turchia ritiratosi a metà della giornata inaugurale.  Il 34enne ucraino ha innestato il turbo nel finale facendo letteralmente il vuoto dietro a sé. E’ uscito dal plotone principale ed ha raggiunto i fuggitivi, prima di involarsi in solitudine. Sul traguardo ha preceduto di 51 secondi il connazionale Surutkovych (Synergy Baku Cycling Project) ed il kazako Kozhatyev (Astana Continental). Appena più staccati Monier (Bridgestone Anchor) e Vilela (Efapel-Glassdrive), a cavallo del minuto di ritardo; i pochi inseguitori hanno chiuso oltre i 4 minuti, tra i quali il coraggioso Asadov, fuggitivo battagliero e unico azero del gruppo.

Poi distacchi da tappone dolomitico d’altri tempi: a 12 minuti l’ex leader Schweizer, dominatore nel circuito di Baku e a 24 Piero Baffi, l’italiano della Leopard-Trek che al via manifestava di temere l’odierna gita fuori porta. In classifica generale l’esperto Grechyn ha un vantaggio identico a quello della tappa (51 secondi) sui due rivali che lo accompagnano sul podio. Il re della montagna, come lo chiamano qui e in Turchia, è il portoghese Vilela, transitato davanti a tutti al Gpm di prima categoria piazzato dopo 153 chilometri; alle sue spalle Surutkovych, che ha fatto bottino pieno negli altri due Gpm di seconda fascia.  Domani terza tappa: Gabala-Sheki-Gabala di 165 chilometri pieni di trappole. Polvere e fatica.

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