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Di Luca Regonaschi

Non avevo mai seguito due tappe consecutive del Giro d’Italia né come tifoso, né da giornalista alle prime armi, figuriamoci nelle vesti di blogger a pedali. Ho quasi 24 anni e poca esperienza alle spalle. Come cronista: una Milano-Sanremo, un paio di frazioni del Giro, il Campionato italiano su pista. Come ciclista: bicicletta di seconda mano comprata un lustro fa, pedalate turistiche verso il lago di Garda e le montagne bresciane.

Ricoh Company Ltd.Il mio Giro d’Italia è trascorso, perciò, all’insegna delle prime volte, nonostante abbia raggiunto la carovana nelle Marche, una settimana dopo il via di Napoli. Poi ho tenuto le ruote del folto gruppo fino a Brescia, grazie all’automobile, per raggiungere i paesi vicini al traguardo di ciascuna frazione. Nei tratti conclusivi delle tappe, l’ho anticipato o seguito di poco, sulle sue stesse strade, per merito della mia bici. E mi sono fermato a bordo strada per ammirarne il passaggio, tra i tifosi che sognano ai margini della riga bianca, accanto a marciapiedi, transenne e strapiombi.

Mescolando gli ingredienti, ho provato a rispettare la motivazione che mi ha spinto a partire. Cercare l’Italia del Giro, cioè le storie degli appassionati e gli scorci della penisola, e poi raccontarla sul mio piccolo blog, litaliadelgiro.wordpress.com.

Ho trovato delle Marche davvero calorose, non solo per Scarponi, anche per un Bonnafond qualsiasi. I precisi marchigiani l’hanno salutato per cognome come tutti i suoi colleghi, perché preparavano il transito di ciascun atleta leggendo l’ordine dei partenti. La Toscana a pedali ha percorso l’ultimo tratto della tappa nonostante la grandine ed il Friuli a due ruote ha riempito il paradisiaco stadio dell’Altopiano del Montasio superando pendenze impossibili. Il Veneto è sceso in strada pure nella discesa verso Longarone ed ha incitato pure me nell’attesa del plotone, mentre la mortale diga del Vajont ha scosso il mio manubrio.

3Le dolci colline attorno a Cherasco mi hanno regalato mezzo dozzina di borracce fresche di utilizzo e lungo l’ascesa verso l’annebbiato Jafferau ho visto tifosi spuntare come funghi, sarà stata l’umidità. Sul Galibier, a quota duemila metri, ho scherzato con la gendarmeria che fermava tutti, ma nulla poteva contro la neve; alle prime rampe del Télégraphe, ho conosciuto i genitori del girino debuttante Edoardo Zardini. Loro, e l’inimitabile fans club che animano, mi hanno offerto un pranzo caldo e abbondante tra Mori e Polsa: risotto agli asparagi, Amarone, festa grande.

Ho pedalato la porzione finale della Valloire-Ivrea durante il giorno di riposo. L’Italia del Giro sembrava ancora nascosta, invece mi ha pilotato verso il traguardo a suon di indicazioni. L’ho avvistata anche dove la corsa rosa non è passata, sulla stupenda pista ciclabile della Val Venosta, e quando è stata fermata dalla neve. Là, il giorno dello Stelvio annullato, ho incrociato le ruote della maglia tricolore di Franco Pellizotti. Fra Tre Croci e Tre Cime eravamo moltissimi: abbiamo condiviso la fatica della scalata, la passione del tifo e il gelo della discesa.

Sulle mie strade, quelle del basso Garda, ho indossato la maglia rosa per vedere l’effetto che fa passare lungo il percorso appena prima dei professionisti: per qualcuno sono diventato il fratello scarso di Nibali. Entrando a Brescia, partito da Vicenza e perso a Verona (140 chilometri e 7 ore in sella), la mia t-shirt era invece rossa, quella che ho chiesto all’AIL Brescia Onlus affinché potessi spargere la voce sui progetti concretizzati in favore dei malati oncoematologici dalla sezione bresciana dell’associazione per la lotta alle leucemie. Questo è il sogno ancora da realizzare, da sospingere grazie alla favolosa Italia che circonda il suo Giro.

Ricoh Company Ltd.

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