di Alberto Brambilla

Forse la colpa è del solito barone Pierre Fredy De Coubertin, che contrariamente a quanto si dice non era sempre uno stinco di santo, nel senso dell’innovazione e della democrazia. Interrogato nel 1912 sull’eventualità di aprire alla componente femminile alle allora prossime Olimpiadi, rispondeva seccamente: “Noi crediamo che i giochi olimpici debbano essere riservati agli uomini”. Così ex cathedra il papa laico dello sport mondiale: punto e a capo. Alle donne spettava da sempre il compito di graziose vestali, al massimo poteva toccare loro l’onore di incoronare i vincitori uomini. Perché non accontentarsi? Borbottava il barone francese. Da qui una protesta dura quanto poco conosciuta, tra suffragette e sport ed altro, che vedrà nella bretone Alice Milliat la sua eroina. Sarà infatti lei a creare nel 1917 la “Federation Fèminine Sportive de France”, che nel marzo 1921 organizzerà a Montecarlo i primi Giochi Femminili Internazionali, che poi saranno ripetuti in sedi diverse, quasi delle contro-Olimpiadi di segno femminile, dove appunto sport e rivendicazioni andavano a braccetto. Bisognerà però attendere i Giochi di Amsterdam (1928) per vedere finalmente all’opera anche le (poche) atlete, con pari dignità (o quasi) rispetto ai colleghi dell’altro sesso.

Se questa è la grande storia sportiva, esistono tanti altri percorsi apparentemente minori in cui era ed è ancora in gioco il complesso rapporto tra mondo femminile e sport. Ed esemplare in questo senso sono le vicende legate al ciclismo, ora esplorate nel volume di Mario Cionfoli, Pedalare controvento! (Marcianum Press, Venezia, 2013, pp. 175, 16 euro). Sin dal titolo si comprende il taglio speciale adottato dall’autore, che apertamente fa il tifo per l’altra metà del cielo e raccoglie molte storie e molte notizie per documentare la sua tesi. Di particolare interesse sono le fonti giornalistiche ottocentesche e quelle dei primi decenni del Novecento, corredate da una serie di fotografie e di documenti iconografici di rilievo, spesso provenienti dal più avanzato mondo anglosassone (o da quello francese). Qui, a dire il vero c’è un problema di metodo su cui vale la pena di insistere, trattandosi di un modus operandi ahimè diffuso. Il Cionfoli arricchisce il suo testo di citazioni anche notevoli, ma a parte la menzione del nome dell’autore (per esempio Mallarmé) non esplicita mai la fonte in maniera bibliografica precisa, con tanto di opera e pagina come si vorrebbe. Per cui il lettore non proprio sprovveduto vorrebbe sapere se tale citazione è frutto del lavoro di ricerca sul campo dell’autore, o è per esempio ricavata dal bel volume, ormai un classico del duo Maierhof-Schroeder, Ma dove vai bellezza in bicicletta? (La Tartaruga, 1992). E per ciò non basta la bibliografia generale in appendice al volume, dove per altro non sono riportati tutti gli autori citati (come per l’appunto Mallarmé).

Ma torniamo al volume in esame. Attraverso il ciclismo – sport agonistico per eccellenza, incrostato di sudore e di fatica – Cionfoli cerca dunque di ricostruire la progressiva e sempre difficoltosa emancipazione femminile, con un occhio di riguardo al nostro paese. La bicicletta, con la sua struttura semplice ed efficace, diviene infatti un mezzo e quotidiano di confronto, in cui la donna può concretamente ‘provarsi’. Non è però ovviamente facile essere accettate dalla cultura dominante, che cerca in ogni modo di bloccare o almeno di ritardare tali ‘pretese’ femminili, avanzando intolleranze e pregiudizi d’ogni genere (da quelli religiosi a quelli morali o persino salutistici: quest’ultima parte è forse la più interessante). Correre in sella ad una bicicletta significava dunque superare la vergogna e artificiosamente suscitata dai rivali, e vincere i sensi di colpa e lo scherno del mondo (ecco spiegata la bella metafora del titolo). Persino i colleghi ciclisti non esitavano a irridere e deprimere le aspettative femminili (l’autore ricorda tra l’altro un’espressione significativa del campione del mondo Alfredo Binda: “Les hommes en vélo et les femmes dans la cuisine”), e a parte alcune particolari eccezioni si dovrà aspettare Alfonsina Strada per ammirare una donna in gara con gli uomini. Questo ed altro contiene il libro di Cionfoli che si spinge sino ai nostri giorni, chiudendo con un’intervista alla pluricampionessa lituana Edita Pucinskaite.

 

Pedalare controvento.jpg_630

 

Mario Cionfoli, Pedalare controvento!, Marcianum Press, Venezia, 2013, pp. 175, 16 euro

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.