23052013-GPR_6131

Di Lorenzo Franzetti, da Mori (Foto di Guido P. Rubino)

Padre William nell’alto dei cieli, eccolo al tornante, pronto a elevare il suo “vamos Colombia, vamos escarabajos!”. Una festa solenne, il Giro, che merita un pellegrinaggio sportivo: cinque giorni, per cinque ragazzi della parrocchia. In bici, con lui, da Grosseto alle montagne. Da Granada, in Colombia (regione Meta) all’Italia: «Da giovane ero il sosia di Chappucci, la gente mi scambiava per lui… ». Scalatore anche padre William: «Buon corridore, ma non abbastanza per diventare un grande: e la vocazione ha poi avuto la meglio…Comunque correvo con corridori che poi sono diventati famosi nel mio paese, come Rafel Nino e Jimenez».

Il seminario, dunque, ha avuto la meglio: «Ma la passione è rimasta, anzi, è sempre più forte». Tanto che, anche nella sua parrocchia in Toscana, fa proseliti anche nel ciclismo: «La cultura ciclistica è molto educativa: compatibile, anzi, perfetta anche per chi ha fede. Per i bambini è una scuola di vita e sto cercando di insegnare anche questo».

L’amore per il creato, il rispetto della natura, il lento viaggiare… «Il mio ciclismo è pulito tre volte: perché la bicicletta non inquina ed è l’alternativa vera all’uso dell’automobile. Perché chi usa la bici impara a rispettare l’ambiente, perché lo vive pedalando, ovvero in un modo autentico. Perché insegna a convivere con la fatica e i propri limiti, senza imbrogliare, senza doping».

Padre William è anche il promotore di una squadra ciclistica di sacerdoti… «Il progetto era partito qualche anno fa, ma fatico un po’ a realizzarlo, perché gli impegni sono tanti».
La passione per la bici è sbocciata… «Grazie alle radiocronache di Hector Urrego, negli anni Settanta. Grazie alle imprese di Cochise Rodriguez al Giro. Ma soprattutto grazie a Eddy Merckx, io mio vero idolo: tanto che la mia prima bicicletta, ho voluto che fosse arancione. Dello stesso colore della bici di Eddy Merckx: la mia non era una bici marcata Astra, un sogno realizzato da ragazzino».

23052013-GPR_6116

Padre William con Oliveiro Rincon, ex professionista, oggi nello staff del team Colombia

In nome di Cristo, con la valigia in mano, pronto a girare il mondo: anche padre William ha più o meno lo stesso destino di molti corridori colombiani, che partono da molto lontano, da regioni poverissime, per venire a correre in Europa… «La lontananza dal proprio paese, la solitudine, la nostalgia sono problemi veri per questi ragazzi. Molto spesso mi chiedono assistenza spirituale, consigli, amicizia, vicinanza: lo stesso Gianni Savio, che per tanti anni ha lavorato con una squadra colombiana, mi chiedeva di seguire i suoi ragazzi».

I corridori colombiani sono molto devoti… «Sì, credono molto. Tutti si portano sempre con sé la bibbia, alle gare e in Europa: è una devozione sincera, profonda. Molto fedele. E molto rispettosa: nessun colombiano impreca mai contro Dio, perché nella nostra cultura lo si invoca sempre, solo a protezione».

La passione ciclistica e la fede religiosa, quale nesso? «La passione e la fede sono dentro di noi, ma affinché crescano e si mantengono, bisogna coltivarle».

Il santo patrono dei ciclisti? «Non c’è. La protettrice è la Madonna: in Colombia s’invoca la Madonna del Carmine. In Italia, non so, forse la Madonna del Ghisallo».

Uno sguardo al cielo e molte preghiere, per i girini, che a tre giorni dalla fine del Giro, invocano protezione e clemenza: le nubi sopra le montagne non promettono nulla di buono.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.