Ho fatto trascorrere qualche giorno dalla fine del Giro d’Italia, a Brescia. Ho lasciato sedimentare i pensieri, le fatiche, le emozioni, prima di scrivervi qualcosa.

Certo, per raccontarvi il mio primo Giro d’Italia, servirebbe un libro: ancora adesso, dopo venti giorni di gara, le immagini impresse nella mente sono tante. In tre settimane di  carovana rosa, ne succedono di tutti i colori. Il bilancio, a fine corsa è in attivo: nel senso che le emozioni belle, indimenticabili sono senza dubbio di più delle giornate difficili.

La partenza da Napoli, la vittoria sfiorata, la cronometro a squadre di Ischia (suggestiva), i piazzamenti dei primi giorni, sono stati il modo migliore per debuttare. Il morale alto aiuta molto: e, quando sono stato sul punto di sfiorare la maglia rosa, mi sono ritrovato con una carica interiore davvero notevole che mi ha aiutato anche nei giorni successivi.

Ho cercato di vincere una tappa, ci ho provato in tutti i modi, ma alla fine non ci sono riuscito: mi manca il successo che avrebbe suggellato una bellissima corsa. Ma ho trovato sulla mia strada un Mark Cavendish davvero in condizione stellare: quasi imbattibile. Ovviamente ci ho provato, ma contro un fuoriclasse di quel livello e in quella condizione era durissima.

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Volate, piazzamenti e vittorie mancate: oltre a questo il mio “battesimo” al Giro è stato caratterizzato dal maltempo, come avrete visto giorno per giorno, in tivù. Un insidia per tutti, non soltanto per chi era in lotta per la maglia rosa o per i grandi risultati: le pessime condizioni atmosferiche ti obbligano a uno stress e a uno sforzo superiori, rispetto alle giornate “normali”. E il maltempo ha caratterizzato anche la mia giornata più difficile, quella della crisi: io sono andato in difficoltà nella giornata di Firenze. Mi sono staccato, ahimé, a novanta chilometri dall’arrivo: mancava un’eternità al traguardo, è stata un’agonia, ma ce l’ho fatta a sopravvivere.

Nella terza settimana ho avuto un calo fisico, giustificabile anch’esso dal maltempo e dalle montagne: tuttavia, anche se stanco, la voglia di arrivare a Brescia e giocarmi un’ultima possibilità allo sprint era uno stimolo enorme per non arrendermi sul terreno meno adatto a me.

Era la mia prima volta al Giro, per fortuna ho l’età dalla mia parte, per riprovarci: certo, non mi dimentico le occasioni sfumate. Con un certo rammarico, per esempio, ripenso al finale della tappa di Matera e a come sarebbe finita, se non mi fosse scivolato un corridore davanti, spianando la strada a Degengkolb. E ripenso a quello sprint bellissimo di Napoli, quando vedevo la linea d’arrivo avvicinarsi mentre ero a tu per tu con sua maestà Cavendish. E non dimentico, a proposito di pensieri belli, la mia lunga fuga nella tappa di Montasio.

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I corridori sì, sono impegnati in  una gara estenuante, ma il Giro è un’esperienza che va oltre lo sport: per questo, se ripenso a ciò che mi resta di queste tre settimane, non posso che ricordare la bellezza di molte località che abbiamo toccato. Viviamo in un paese meraviglioso, con città bellissime: e sulle strade, sempre, il calore del pubblico. Ho visto tantissima gente, davvero, applaudire me e i colleghi. E tra tutta questa gente, c’erano anche appassionati veri, grandi amici del ciclismo: quelli, per esempio, che sotto l’acqua o, addirittura, nella bufera, erano comunque a bordo strada ad aspettarci e ad applaudirci. Il mio grazie, enorme, va soprattutto a loro.

Il Giro va in archivio e i ricordi restano nella mia mente, ma il ciclismo prosegue, il mio lavoro anche: breve pausa e si riparte. Destinazione: Giro del Delfinato , con tanta salita e, fortunatamente, anche un paio di volate alla mia portata. Speriamo bene.

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