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Di Lorenzo Franzetti (da Bardonecchia), foto Fantini-SelleItalia

«Eccomi, sono il Mauro ritrovato». Santambrogio emerge dalla nebbia: due colori infiammano il grigio topo che circonda lo Jafferau… Rosa intenso e giallo fluo. Gli altri ingobbiti e cupi, aggrappati a manubri in carbonio, prigionieri di biciclette che sono rigide quanto i loro corpi… Mauro Santambrogio, Vincenzo Nibali, due ragazzi, due coetanei partiti da lontano: stessa passione sbocciata ai due angoli opposti dell’Italia.

Due percorsi differenti, per un lombardo timido e un siciliano orgoglioso. Il lombardo era la giovane promessa che non decollava, il siciliano era il ragazzo con la valigia e con dentro la grinta forte come il sole del Sud. Due lampi nel gelo della val di Susa, uno rosa e un altro giallofluo.

«Ho fatto tanti anni a sacrificarmi per i capitani, per grandi campioni». Campioni come Evans che, però, sulle rampe di Bardonecchia e sotto il nevischio, si è fatto staccare dall’ex gregario… «Grazie Cadel, mi hai insegnato tanto». Non è un avversario da annientare, Cadel, ma l’amico e compagno di allenamento, l’uomo da cui prendere esempio: sempre. Mauro Santambrogio ha imparato tanto, quasi tutto: con quella faccia da eterno bambino, anche se oggi non lo è più: «Sono finalmente maturo». Braccia alzate dentro al grigio che nasconde le montagne e smorza i contorni di un Giro d’Italia intirizzito, sofferente, ma vivo.

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