di Gino Cervi

«…e intanto sulla costa della Sicilia si è acceso il faro bianco di Punta Faro e si vedono anche le luci rosse dell’elettrodotto e quelle più basse del porto, e si cominciano a distinguere le lunghe file di lampadine della costa, si è fatto tardi ma innaffierò egualmente l’orto e stasera proverò a portare i due bidoni pieni come faceva mio padre può darsi che ce la faccia senza versare l’acqua né cadere, e poi sarà tempo di dire Nunc dimittis servum tuum Domine, forse è giù tempo.»

Sono le ultime righe de Il male oscuro di Giuseppe Berto, che qui dedichiamo a Giovanni Visconti, oggi vincitore nella neve del Galibier. A Giovanni Visconti che ritrova oggi la sua interezza, o forse no. Perché, come diceva un altro visconte, Medardo di Terralba, innamorato di Pamela: «Io ero intero e non capivo, e mi muovevo sordo e incomunicabile tra i dolori e le ferite seminati dovunque, là dove meno da intero uno osa credere. Non io solo, Pamela, sono un essere spaccato e divelto, ma tu pure e tutti. Ecco ora io ho una fraternità che prima, da intero, non conoscevo: quella con tutte le mutilazioni e le mancanze del mondo. Se verrai con me, Pamela, imparerai a soffrire dei mali di ciascuno e a curare i tuoi curando i loro.» (Italo Calvino, Il visconte dimezzato).

Copertina dell'edizione originale (1952) del Visconte dimezzato di Italo Calvino

Copertina dell’edizione originale (1952) del Visconte dimezzato di Italo Calvino

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