Giro d'Italia 2013 - 20esima Tappa  -    -  Silandro - Tre Cime di Lavaredo - Vincenzo Nibali vincitore di tappa e detentore della maglia rosa -   (Gio Auletta / Pentaphoto)

Foto Giò Auletta-Pentaphoto

Di Lorenzo Franzetti, dalle Tre Cime di Lavaredo

Il limite e la fatica. L’essenza del ciclismo, forse, è qui: nell’ostinazione a voler sfidare la natura, con le armi pacifiche dell’umana piccolezza. Così facendo l’uomo sposta quel limite, non all’estremo, ma fino al contatto totale con la natura. Vincenzo Nibali e la natura, una cosa sola dentro a una tormenta sotto le Tre Cime di Lavaredo, che non si vedevano, ma lasciavano avvertire la loro presenza gigantesca. Nibali e la natura: una simbiosi respirando aria sottile e umida. Con la neve che, fitta, cancella ogni contorno, riduce l’immagine a pochi tratti: la salita è tutta nelle gambe, nelle ossa, nei polmoni. L’impresa di Vincenzo Nibali non è estrema, è umana, al limite fino alla simbiosi con la natura: selvaggia, ostile, armoniosa. Vista da fuori, scuote i sentimenti.

Dall’altro lato della scena, sui pedali, l’impresa è un continuo ascoltare se stessi: il proprio respiro, i battiti del cuore. In attesa che il trionfo si realizzi. «Sembrava non finire mai», racconta Nibali. Dal suo punto di vista era quasi un piacere: l’impresa della vita, la pagina sognata mille volte. Entrare nella leggenda dello sport non è un fatto da poco: come tutte le cerimonie, richiede tempo. Riti. Immagini che resteranno, raccontate dai giornalisti o semplicemente impresse nella memoria di molti, di chi c’era.

Paolo, Ivan, Michele, Stefania: non sono nomi a caso, non sono campioni, sono solo alcuni tra le semplici comparse dell’impresa di Nibali. A bordo strada, parte del pubblico, eppure partecipi e protagonisti: sotto la neve per tutto il giorno. Per quale motivo? Per vivere e respirare un’emozione grande. Pochi minuti, intensi, attesi dentro la tormenta: che valgono molto, che arricchiscono dentro. Ecco, allora, che si capisce il senso di tutto ciò: e si comprende perché i protagonisti di questo Giro hanno spostato il limite, non si sono rifiutati di sfidare la natura. «Per la gente che è venuta a vederci. E per fare una cosa grande» è la spiegazione di uno dei protagonisti, Franco Pellizotti. Non il vincitore.

L’impresa, l’epica, l’orgoglio: non è solo vincere, il ciclismo. E solo gli idioti riducono tutto a uno sforzo meccanico. Nibali in maglia rosa, dentro la tormenta, è andato a scrivere la sua pagina dentro la memoria di tutti. Tutti gli altri, invece, hanno scritto una pagina che si porteranno dentro: per sempre. E che racconteranno ai figli e ai nipoti. Nibali ha vinto il Giro d’Italia, tutti gli altri non si sono sentiti sconfitti: nessuno. C’era Tiralongo, fedele gregario della maglia rosa, che aveva tre centimetri di neve sul naso: saliva a occhi chiusi. E alla fine aveva la voce rotta dall’emozione: per essere stato lì, per aver vissuto il ciclismo nella sua essenza: tra limite e fatica. Valerio Agnoli, l’amico inseparabile di Nibali, piangeva di gioia e non sentiva il freddo: troppe emozioni non si riescono a fermare in una volta. E si sciolgono in lacrime. E Cavendish, il velocista che non pensava a salvare la gamba, ma alla figlia che rivedrà tra pochi giorni: ah i bambini, la sua bimba in quel contesto non avrebbe resistito al gioco più bello, ovvero, a cacciar fuori la lingua per catturare un fiocco di neve.

Ventotto minuti dopo Nibali, sotto le Tre Cime, dentro la tormenta, è arrivato Sacha Modolo: l’ultimo. Avrebbe voluto suggellare la sua impresa con qualche parola, ma non ci riusciva. Avrebbe voluto esultare, almeno in cuor suo, ma non si reggeva in piedi. Un omino di neve in bicicletta. Un vincitore. Come tutti gli altri.

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