di Gino Cervi

Il Giro non si è fermato a Eboli. Per anni il Giro d’Italia non è andato più a sud di Napoli, colonne d’Ercole della corsa rosa fino al 1930, quando sbarca finalmente in Sicilia con tre tappe, tra Messina, Catania e Palermo, per poi risalire nelle successive la Calabria fino a Salerno. Ma bisognerà però aspettare ancora a lungo, perlomeno fino agli anni ’60-’70, perché la presenza della del Giro al di sotto della linea Napoli-Bari diventi meno sporadica.

Quest’anno, dopo il vernissage sotto il Vesuvio e la fuga a Ischia, il Giro ha puntato dritto al Cilento, e da qui al cuore montano della Calabria, Serra San Bruno, dove Bruno di Colonia, chiamato dai duchi normanni, fondò una Certosa; il giorno dopo Cosenza ha salutato i girini diretti a Matera, a dare inizio alla risalita della penisola.

Luigi Vittorio Bertarelli

Luigi Vittorio Bertarelli

Certo sono lontani i tempi in cui Luigi Vittorio Bertarelli (1897), pioniere del cicloturismo, attraversava una Calabria ricca di esotismo:

«Uscendo da Cosenza la strada […] segue il corso del Crati, il maggior fiume calabrese. In certi luogo se ne allontana per varcare speroni di montagne che si protendono verso il thalweg, ma in generale è quasi piana e attraversa un paese curiosissimo, interessante in sommo grado, selvaggio più del più riposto angolo del maremme toscane. […] Poi ecco una distesa d’acqua pantanosa: fiori gialli e bianchi nel mezzo delle larghe foglie galleggianti di ninfea pari a foglie d zucca, praterie verde pisello di lenti palustri, qua e là aperte dal tuffo di rane e di rospi. Uno stormo di anitre si leva, sbatte le ali, radendo colle palmate zampe le acque tranquille e si posa più lontano. Dalla melma emergono teste colossali di bufali, che se ne stanno a ruminare, il corpo nascosto nella mota, teste sciocche e spaventose che si direbbero di bisonte, corpi neri, gibosi e glabri, che paiono di ippopotami. E guardano la bicicletta a venti, a cento, immobili, le corna volte in avanti, forse innocenti, ma che danno le ali alle ruote.»

Se lo sguardo dei bisonti si mostra indifferente nella sua mitologica ieraticità, tutto diversa è l’interazione tra il positivista pedalatore, la sua macchina a pedali e alcuni abitanti incontrati lungo la strada:

«Mi fermo a mangiare pane e zucchero, col condimento prezioso dell’acqua. Arrivano di corsa, trafelati, due giovani fabbri che stanno trasognati a toccare e contemplare la macchina. La gomma par loro “di pesce” (al tatto); li colpisce la sottigliezza dei raggi. Non riesco spiegar loro l’appoggio dei perni sulle sfere: l’idea torna ad essi troppo nuova: chiamano briglie il manubrio. Dico loro di alzare la ruota davanti tendendo il manubrio sollevato, e la faccio girare rapidamente. Prima si smascellano dalle risa vedendo quanto è scorrevole, ma poi, siccome non si ferma mai, si fanno seri e posano la macchina, prima che la ruota cessi di girare, con aria interdetta.»

Dino Buzzati (da www.luciabellaspiga.it)

Dino Buzzati (da www.luciabellaspiga.it)

Dino Buzzati al seguito del Giro d’Italia del 1947, scrive, indirizzandosi a Coppi e Bartali, queste pagine calabresi, tutto sommato non tanto lontane da quelle scritte dal fondatore del Touring Club mezzo secolo prima:

«Ma l’avete vista bene, attraversando la Calabria, la gente che vi aspettava? Vi ricordate quelle migliaia e migliaia di facce tese spasmodicamente verso di voi, senza discriminazione di età o mestiere, contadini, pastori, mamme, muratori, ragazzetti, frati, carabinieri, vecchie cadenti, sindaci, impiegate, spazzini, professori e quella miriade sterminata di bambini? Siete passati per valli solitarie dove si sarebbe detto veramente che Cristo fermatosi a Eboli non fosse mai entrato, eppure su macigni, al limite delle boscaglie, ritti sopra gli erti ciglioni della strada uomini e donne vi aspettano. Molti avevano fatto parecchi chilometri di strada apposta per salutarvi, già da sperdutissimi villaggi issati sopra antiche rupi. Siete passati per paesi pazzeschi, sospesi a sghembo sui fianchi aerei della montagna, con la strada principale ad almeno trenta gradi di inclinazione, in posti assolutamente da favola: guardandoli di lontano, di là della valle, chi avrebbe osato supporre che lassù qualcuno si interessasse di ciclismo? Strani isolotti di umanità varia relegata fuori dal nostro mondo pareva città inverosili, puri ragazzi.»

Carlo Levi in Lucania (www.centrodocumentazionescotellaro.org)

Carlo Levi in Lucania (www.centrodocumentazionescotellaro.org)

Anche Carlo Levi (Cristo si è fermato a Eboli, 1945) si era portato oltre le colonne d’Ercole di Eboli. Proprio di Matera ecco una fantastica cartolina:

«Mi accorsi allora che il paese non si vedeva arrivando, perché scendeva e si snodava come un verme attorno ad un’unica strada in forte discesa, sullo stretto ciglione di due burroni, e poi saliva e ridiscendeva tra due altri burroni, e poi terminava sul vuoto. La campagna che mi pareva di aver visto arrivando non si vedeva più; e da ogni parte non c’erano che precipizi di argilla bianca, su cui le case stavano come librate nell’aria; e d’ognintorno altra argilla bianca, senz’alberi e senz’erba, scavate dalle acque in buche, coni, piagge di un aspetto maligno, quasi un paesaggio lunare.»

 

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