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Di Lorenzo Franzetti

“Auto uno sul fuggitivo!”, gracchia radiocorsa. L’auto uno è il cambio ruote guidato da Pietro Algeri, il fuggitivo è Giovanni Visconti. E non è un messaggio in codice, sono semplicemente le istruzioni del direttore del Giro, Mauro Vegni, per la scorta tecnica di un finale di tappa meraviglioso. Sotto una nevicata, i tornanti del Galibier s’intuiscono appena e i contorni della montagna sono quasi indefiniti. Un giornata splendida dentro la corsa sta per finire, Algeri si concede un sospiro, tappa finita… «Bravo Giovanni, bella azione, grande vittoria». Parola del cambio ruote Vittoria, non una bella ragazza, ma un noto marchio che garantisce il servizio in corsa. E più beneaugurante di così…

Giro d'Italia 2013

L’epilogo è quasi commovente, per una giornata cominciata ai piedi dello Chaberton, il gigante di roccia che domina il paesaggio di Cesana Torinese. Con mille occhi che scrutavano il cielo e provavano a indovinare: «Neve o pioggia? Tormenta o sereno?». La paura di vivere un calvario serpeggia tra i corridori, la tensione si legge sui volti dei direttori sportivi. Ma la tappa va, si parte, a sfidare gli dei del cielo, a osare sul Moncenisio che sbuca innevato tra le nubi…

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Pietro Algeri, dopo una carriera da corridore e trent’anni di ciclismo come direttore sportivo, oggi è nello staff Vittoria che garantisce l’assistenza tecnica al Giro

«Ai miei tempi c’erano meno problemi perché il Giro lo si correva più tardi, con la stagione già più calda.  Finiva il campionato di calcio e i giornali erano tutti per il Giro. E, in effetti, potrebbe essere una soluzione da prendere, per il futuro. Gli organizzatori ci dovrebbero pensare». Pietro Algeri, bergamasco, ha appena consultato le previsioni del tempo, ma come un “vecchio lupo di montagna”, parla con esperienza: «Non pioverà, la perturbazione non resterà ancora sulle nostre teste».

L’esperienza del vecchio corridore diventato tecnico e uomo d’ammiraglia: trent’anni fa, nel 1982, la prima corsa come direttore sportivo…«Era il 27 luglio, trofeo Matteotti. In corsa con la Del Tongo Colnago di Giuseppe Saronni. Una giornata particolare, che né io, né i corridori di allora si dimenticano: perché io stavo prendendo il posto del povero Carletto Chiappano. Era la prima corsa dopo il tragico incidente che gli costò la vita… Il giorno in cui morì, io ero in pista a Bassano e guidavo un derny, davanti a mio fratello Vittorio, ai campionati italiani. Avevo smesso di correre a febbraio, con la Sei giorni di Milano…».

Trent’anni in ammiraglia, con tante belle giornate, ma anche molte amarezze: come quella volta in cui ha deciso di chiudere, di andarsene e sbattere la porta… «Ci sono stati solo due corridori che mi hanno tradito, ma mi hanno fatto molto male: il primo è stato Rumsas, il secondo Riccò. E dopo la cacciata di Riccò dal Tour, io me ne sono andato». Anni difficili, anni di doping, anni di sistema malato… «Proprio così, c’è stato un decennio in cui il sistema era malato e nessuno ha avuto il coraggio di cambiare… In primis l’Unione ciclistica internazionale, ovvero il governo del ciclismo. Ma, ci sono stati giorni in cui davvero ho scosso la testa, ho pensato davvero che non si poteva più continuare… Quando i corridori venivano perquisiti di notte, quando i carabinieri entravano negli alberghi delle corse e trattavano i corridori come i peggiori delinquenti. In quelle notti, tirato giù dal letto, spaventato e preoccupato mi sono detto tante volte che quel sistema era malato…».

L'equipe Vittoria presente nella carovana del Giro

L’equipe Vittoria presente nella carovana del Giro

Erano anni in cui il direttore sportivo non era più il papà o il fratello maggiore, il punto riferimento del corridore. Erano anni in cui, i guru erano il medico e il preparatore personale dei corridori: «Purtroppo è andata proprio così… Soprattutto dopo lo scandalo Festina, quando il rapporto di fiducia tra corridori e tecnici è venuto meno: e i corridori hanno cominciato a fare le cose di nascosto. Tu, direttore sportivo, non eri più ascoltato e nessuno ti diceva più nulla, ma poi quando vedevi il corridore in corsa, qualcosa intuivi. Perché un corridore lo vedi, quando va pulito e quando invece pedala al di sopra dei suoi limiti. Ma quegli anni sono alle spalle, per fortuna: sia per il ciclismo, che non è più quello di qualche anno fa, sia per me, che ho fatto la mia scelta».

Oggi Pietro Algeri guida l’ammiraglia di tutti, ovvero il cambio ruote in corsa, la scorta tecnica a disposizione dei corridori… Non ha abbandonato il ciclismo, quando ci sei dentro da una vita, è difficile chiudere definitivamente con questo mondo… «E pensare che io volevo fare il pugile!». Anni Sessanta, Pietro era un ragazzotto robusto che faceva il fattorino per un’azienda di tessuti, alle porte di Bergamo… «Indossai i guantoni un paio di volte. La prima andò bene, la seconda rimediai un pugno sul naso che mi gonfiò la faccia… E la sera, ricordo ancora la sgridata di mia madre. Fine della carriera. Ma per andare al lavoro e per fare le commissioni come fattorino, usavo la bici…». E la bici diventò, presto qualcosa in più: «Dalle prime gare tra amici, a Bergamo, alla maglietta e calzoncini del Gs Torre de Roveri».

4La tappa va, radiocorsa gracchia, il Moncenisio innevato è uno spettacolo meraviglioso: «E niente neve…». Tutto tranquillo, anche i corridori si concedono una tregua paesaggio e in ammiraglia c’è il tempo per parlare e raccontare… Sul sedile posteriore, un giovane meccanico, Massimo Rava, ascolta le parole di un “lupo bergamasco” che ha visto davvero tanto ciclismo…«Il Moncenisio mi ricorda una tappa del Tour, quando Riis vinse al Sestriere. Il giorno dopo si rientrò in Francia attraverso questa strada: ho un ricordo di un mio corridore Svorada, un gigante, un velocista, che soffriva tantissimo le salite in partenza… e fu un calvario».

Ricordi di Galibier? Tanti, ma il più nitido: «Quella volta in cui, passando di qui con il Tour, erano gli anni in cui avevo in squadra Roberto Conti… » Ricordi non di corsa, ma che portano a una vecchia bottiglia di grappa: «Era un regalo che fecero degli amici francesi al dottor Angeli, il medico che avevo in ammiraglia… Era una bottiglia del ’44, che era stata conservata sepolta per cinquant’anni… ».

Il Galibier da corridore? «Non lo feci mai, in corsa. Ma tappe come questa, per me, erano sempre complicate: ma ero un maestro nel rimanere sempre nel tempo massimo». Ricordi di un vecchio pistard degli anni Settanta, prestato alla strada… «La mia palestra ideale era il Vigorelli». E tanti anni in giro per il mondo, attraverso i velodromi più famosi: «Ero un inseguitore, ma facevo anche la gare dietro derny».

3Giù dal Moncenisio, anche l’ammiraglia del cambio ruote esaurisce il tempo per i ricordi… La tappa s’infiamma, prima fuga: un gruppetto deciso se ne va e il cambio ruote li affianca. E senti il respiro della corsa: Pirazzi, Bongiorno, Visconti e altri eroi di giornata. Servizio borracce, la sete è tanta: l’ammiraglia diventa un bar… «Chiedono soprattutto tè, perché vogliono scaldarsi». Il termometro segna cinque gradi… si punta verso la valle e il Galibier è dentro le nuvole. «Se fossimo al Tour, ogni metro di strada sarebbe pieno di gente…» Ma il Giro si corre quaranta giorni prima, quando le vacanze dei francesi sono ancora un miraggio. «E con questo calendario diventa impossibile per i corridori fare Giro e Tour in buone condizioni: perché ci sono troppi giorni in mezzo e non è possibile mantenere la stessa forma».

Si sale, Col du Telegraphe, nella nebbia… La corsa s’infiamma, radiocorsa pure: e dentro la corsa appaiono volti tirati di chi vuol provare a vincere la tappa e non ci riuscirà: da Gesink a Di Luca, fino a Rabottini che, nella neve, prova invano a riacciuffare l’uomo solo al comando: il fuggitivo solitario, verso il Galibier, ha la faccia da emigrante. Giovanni Visconti somiglia a quegli italiani che in Francia ci venivano con la valigia di cartone, ha una faccia che sa di primo Novecento: e, invece, è solo un corridore che sta provando a rinascere. Dentro la tormenta, più forte del freddo.  «Pedala bene, finalmente!» e anche Algeri che fa il tifo per tutti, sorride, guardandolo dal parabrezza.

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