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Di Lorenzo Franzetti, dal col du Galibier

La neve bagna il volto di un siciliano e mischia lacrime calde e acqua gelata. Un omino color blu scuro, in mezzo al bianco del Galibier: vede il traguardo, Giovanni Visconti, anzi se lo immagina perché la neve davanti agli occhi non gli consente di scrutare chissà dove. Volta la pagina Giovannino e riscrive, anzi ricomincia a riscrivere un pezzo di carriera, un pezzo di vita. Il male oscuro è ripulito dal candore di una montagna, dove il freddo non scalfisce il temperamento, finalmente forte, di un uomo: «Sì, noi siciliani siamo abituati a non avere tutto facile, abbiamo dovuto prendere la valigia e partire, se volevamo fare i corridori. Partire presto».

Tutto solo davanti al Galibier più bianco, glaciale, Visconti pedala davanti a un’altra vita: la sua non vuole essere un’altra storia maledetta… Via, in fuga verso la vita, verso la rinascita: «Ho avuto problemi terribili, momenti difficili per molti mesi. Ora, si riparte». Riparte Giovannino, riparte e piange di gioia e di liberazione: «Ho pensato a molte cose, anche a Pantani che qui ha scritto la storia: ho chiesto aiuto pure a lui, gli ho chiesto aiuto da lassù, perché non ce la facevo più, ero allo stremo delle forze». Chiede aiuto, Giovannino, e quell’aiuto lo trova dentro di sé, dentro la classe, dentro quella forza interiore che solo i ciclisti riescono a tenere viva sempre.

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«Ho sempre sognato di fare una fugaccia in una tappaccia, l’avevo promesso ai miei amici. Ce l’ho fatta, Anche io, posso dire di aver vinto su una vetta mitica». Vince Giovannino, vince la sua tappaccia, dopo una giornata a scrutare e a pregare il cielo, a osservare le nuvole, ad annusare il vento, dalle nevi del Moncenisio a quelle del Galibier, col terrore della tormenta: tormenta che è arrivata, ma quando la corsa era ormai troppo calda per congelare…

«Avevo vinto qualcosa d’importante, fino a questo punto della mia carriera, ma non avevo mai avuto la soddisfazione di passare davanti sulle grande montagne, come il mio amico Nibali. Lui ha avuto questa fortuna, grazie alle sue doti, di vedere il pubblico impazzire sulle grandi montagne, di esaltarsi nelle giornate mitiche. Oggi ho provato anche io questa grande emozione, oggi mi sono commosso, ho pianto». Si emoziona, Giovannino, e si emoziona anche Vincenzo, l’amico in maglia rosa, il messinese accanto al palermitano.

gruppoLa Sicilia riscalda questo Giro con le sue storie di ragazzi dal cuore forte, la Sicilia è l’anima mediterranea di un Giro nordico che fatica a veder la primavera: Giovanni Visconti, proprio lui, Giovannino, un giorno in fuga a pensare, a inseguire la vita, a cancellare il male oscuro, quello che mette in trappola le anime più sensibili.

Una giornata da non dimenticare, una giornata bagnata da lacrime e neve, anche nell’ultimo fotogramma di questa tappa, con una lingua d’asfalto dentro a cime innevate. E dentro questa lingua d’asfalto, un uomo, un siciliano in lacrime. Felice e, finalmente, sereno. Come un raggio di sole. Finalmente il sole.

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