Hector-Urrego-Caballero-twitterDi Gian Paolo Grossi

Telecamere in black out, causa maltempo… le diretta televisiva, sulle prime Alpi del Giro, diventa una radiocronaca. E molti telecronisti si sono trovati in difficoltà per riuscire a commentare ore di corsa, senza l’ausilio delle immagini in tivù. Questo Giro d’Italia celebra dunque, una piccola rivincita dei radiocronisti. E in carovana, in questo Giro, c’è anche il numero uno, un radiocronista poeta, il mito della radio colombiana…

Urrego con José Serpa, colombiano della Lampre Merida

Urrego con José Serpa, colombiano della Lampre Merida

Héctor Urrego va apprezzato sorseggiando un Dictador, il miglior rum di Colombia. Lunghi distesi su una sedia impagliata, con i piedi sopra ad un polveroso tavolaccio di una casa di campagna e la gracchiante radio antidiluviana che dal pavimento riproduce la sua voce. Coinvolgente come se ora fossimo al fianco della corsa di cui enfatizza i toni. Di una cortesia spiazzante in un ciclismo che tende a chiudersi sempre più in se stesso, pronto a trasformarsi in un fiume (di parole) in piena, non appena scatta la diretta radiofonica.

La sua ascesa nel panorama internazionale è parallela a quella del ciclismo colombiano, di cui El profe Héctor è il commentatore principe, nonché protagonista di una storia particolare vicina a festeggiare i 40 anni. Anzi, lo sono: perché il 3 giugno 1973 a Forte dei Marmi, Martin Rodriguez, detto ‘Cochise’, si fa un regalo coi fiocchi, diventando il primo colombiano a vincere una tappa al Giro d’Italia. L’effetto popolarità nel Paese sudamericano è tale che al Giro dell’anno seguente viene inviato dalla Colombia uno speaker radiofonico, ex pistard alle Olimpiadi di Città del Messico (1968), divenuto nel frattempo insegnante di educazione fisica.

Personaggio apparentemente sconosciuto, sembra uno dei tanti ad intraprendere con entusiasmo un’esperienza professionale all’estero nell’ancora pioneristico mondo dei media. Ma è uno dei pochi ad averla consolidata e affinata col passare degli anni, questa esperienza, sino a che la si identificasse come un marchio di fabbrica. Già, l’entusiasmo, a Urrego proprio non manca: ha il vantaggio di conoscere l’Italia (nel nostro Paese aveva completato gli studi) e vanta una straordinaria proprietà della madrelingua ispanica, al pari di una colorita verve di stampo tipicamente latino. Sull’altopiano del Montasio, qualche giorno fa, vive l’ennesima memorabile giornata di gloria, raccontata con dovizia di particolari e ritmi da cumbia: primo Rigoberto Uràn, secondo Carlos Betancur. E in Colombia è riesplosa la festa. «Siamo nuovamente nell’Olimpo del ciclismo – sorride l’istrionico Urrego -. Da noi il calcio è lo sport più popolare ma nel cuore della gente il ciclismo resta quello più amato ed è quello più importante per la qualità dei risultati ottenuti a livello internazionale. All’Italia sono piacevolmente legato: dagli studi effettuati in gioventù, ai tanti Giri commentati per la radio colombiana. Sono 15 quelli vissuti in diretta dalla prima all’ultima tappa, più tante altre edizioni  in cui ai miei connazionali ho raccontato solo le giornate più attese. E ancora il Tour de France, la Vuelta, i Mondiali e molte altre corse degne di essere narrate».

Martin Rodriguez detto Cochise

Martin Rodriguez detto Cochise

Da Pordenone, anno 1975, il cerchio si chiude al Montasio con la doppietta colombiana dell’altro dì. «Da 37 anni sono al servizio dell’emittente colombiana Rcn (Radio Cadena Nacional, ndr) ed ora ricopro il ruolo di direttore dei servizi sportivi relativi al ciclismo. Dopo quella affermazione di Forte dei Marmi alla prima apparizione di Rodriguez al Giro, lo vidi rivincere da queste parti, a Pordenone, era il 1975 e ‘Cochise’ correva per la Bianchi-Campagnolo di Felice Gimondi. Poi, tra il 1985 ed il ’90, sono venuti gli anni d’oro della nostra prima squadra di rango, la Café de Colombia. Quello di Uràn è invece il diciassettesimo successo di un colombiano al Giro. Siamo passati attraverso i trionfi assoluti di Lucho Herrera, Chepe Gonzalez e Freddy Gonzalez nei Gran Premi della montagna della corsa rosa. Ma il più forte dei nostri è stato Oliverio Rincon, il più completo perché non era solo uno scalatore. Quinto al Giro del ’95 per la Once e presente a questa edizione come direttore sportivo della Colombia Coldeportes. Tutti questi riconoscimenti spiegano perché, da casa, i miei connazionali seguono ancor oggi con grande trasporto emotivo il Giro d’Italia, in attesa di altri successi».

Il radiocronista ha un ampio raggio d’azione per raccontare uno sport come il ciclismo che resta un giardino fertile per aneddoti e sviluppi romanzati della corsa. Argomenti che fanno brillare gli occhi di Urrego. «Il ciclismo è uno sport di fantasia, e come a teatro al commentatore è offerto un ruolo da interpretare nel miglior modo possibile. Non si tratta di essere semplici contabili, di annotare il vincitore di una tappa o di un Giro o riferire soltanto un ordine di classifica. Ogni giorno la corsa racconta una storia differente, ogni squadra vive in un mondo da conoscere ed interpretare ed ogni corridore in realtà ha qualcosa da aggiungere a tutto questo. Parliamo di uno sport aleatorio, che dipende da un mezzo meccanico – la bicicletta, quasi sempre uguale per tutti – , e dal corpo umano, che non è una macchina ed è per questo soggetto ad innumerevoli variabili. Di salute, di condizione fisica e psicologica. Ecco tutto ciò che il radiocronista deve saper interpretare e talvolta prevedere, osservando la corsa ed i suoi protagonisti».

hector_urregoA proposito di aneddoti: «E’ accaduto spesso che mi sentissi al settimo cielo, fiero di essere colombiano per avere il privilegio di narrare alla mia gente le gesta vittoriose di un atleta del mio Paese. Così fu quando Herrera vinse all’Alpe d’Huez o ancora quando si aggiudicò la Vuelta. Ma più di tutto mi emozionai quando Martin Ramirez vinse il Giro del Delfinato davanti a campioni del calibro di Hinault e Lemond. Era il 1984 e Ramirez non era mai stato in Europa, non era neppure professionista eppure sorprese tutti, me compreso, andando a riprendere la fuga di Hinault e staccando nel finale il campione francese. Corse la penultima tappa in un misto di pioggia e neve che cadeva dal cielo, neve che Martin aveva visto solo nelle cartoline di Natale. Fu la vittoria che aprì il campo ai futuri successi di ciclisti provenienti dalla Colombia. Altra storia fu quella volta che al Tour trovai incredibili difficoltà ad arrivare in cima ad una salita, a causa di un violento temporale, mentre Lucho Herrera s’involava verso la vittoria. Giunto in vetta, dopo aver litigato con gli organizzatori francesi, scoprii con grande rammarico che le comunicazioni erano interrotte dal maltempo e che non avrei potuto offrire la diretta della tappa agli amici del mio Paese, nell’altra parte del mondo». Tra le tante, la cose migliore che Héctor ancora oggi sa fare.

Ecco un pezzo di poesia di Hector Urrego, la sua diretta radiofonica dalla Vuelta 1987 (le immagini sono sovrapposte alla sua radiocronaca su Rcn). In questa tappa, a Segovia, vinse il colombiano Omar Hernandez, detto Zorro. Una diretta capolavoro di Hector Urrego:

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