Foto di Giuseppe Sapori, www.giuseppesapori.com

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Di Giovanni Battistuzzi

All’inizio era Luigi Masetti. Anno di grazia 1893. Luglio. Una bici sotto di lui e un’impresa monumentale davanti. La transatlantica. Da Milano a Chicago, sempre in sella. Italia, Svizzera, Germania, Francia, Inghilterra e infine, a bordo di una nave, diritto verso New York, Stati Uniti d’America, poi ancora bici, fino a Chicago. Seimila chilometri e un’ocarina da suonare lungo le strade per tirare su due lire. E un fucile, canne mozze, tanto per stare sicuri. Prima impresa. La bici che si lascia alle spalle l’etichetta di mezzo per ricchi e diventa poesia, viaggio, impresa.

Un’avventura d’altri tempi, pioneristica, oltre dieci anni prima di Ganna, di Gerbi, di Galletti, di Cuniolo e di Pavesi. Un anno dopo la prima Liegi-Bastogne-Liegi, qualche anno dopo la prima Milano-Torino, 1876 certo, ma mai più riproposta sino al 1894. Prima ancora del Tour de France, anno domini 1903, e anche del Giro d’Italia, sorto nel 1909.

Il Giro d’Italia. Appunto. Nato come corsa in auto da un’intuizione della Gazzetta dello Sport. Un fiasco colossale. Un morto, a Ferrara, e idea abortita. Poi bici, solo ed esclusivamente bici. Ganna, il primo vincitore, ai punti, perché era stato Rossignoli a metterci meno di tutti gli altri a coprire quella follia di percorso. Ma la classifica diceva prima i punti e al pavese rimase solo una vittoria morale. Niente più. Il Giro d’Italia, teatro d’Italia, specchio del bel paese che in una spinta verso il moderno, si gettò pochi anni dopo nella guerra più cruenta che l’Europa ricordi. Il Giro d’Italia che unì il nostro paese, almeno geo-sportivamente, perché al tempo il ciclismo era lo sport. Non il calcio. Era il ciclismo che divise l’Italia, tra bindiani e guerriani, tra coppiani e bartaliani, tra saronniani e moseriani, così, per citare le dicotomie più illustri, più sentite.

E ora questo Giro d’Italia che fine ha fatto?

Resiste. Ancora, fatica, a volte arranca in salita, tra scandali di doping e parole di persone che al sacro pallone dedica un’esistenza. Ma c’è. Vive nella gente davanti ai televisori, tra quella che scende in strada, tra chi, magari inconsapevolmente, gira sulla sua bicicletta ogni giorno per la propria città, per coprire le distanze di paesi. Perché il Giro d’Italia è bicicletta, è l’espressione più nazionalpopolare di questo mezzo bellissimo, semplice, pulito, silenzioso. Solo che ogni tanto la corsa rosa si dimentica di essere bicicletta e diventa qualcos’altro. Diventa sponsor, partenze all’estero, cambi di maglie verdi con maglie blu, salite del Crostis tolte all’ultimo momento per le lamentele di squadre anch’esse diventate altra cosa dall’essere bicicletta. E così il Giro diventa il giro dei trasferimenti d’Italia, delle lunghe maratone in pullman a congiungere arrivo e partenza, delle scelte inconcepibili di attraversamenti est-ovest, ovest-est della Pianura Padana, un palcoscenico di autostrade, cemento e qualche campo a ricordare che da lì comunque noi tutti veniamo. Parlo della scelta di passare da Mola di Bari all’Altopiano del Montasio in 5 giorni, di quella di passare dalla Carnia al Galibier in due giorni con relativo cambio di rotta per raggiungere le Tre Cime, quelle mitiche e dolomitiche, di Lavaredo.

Cos’è adesso il Giro probabilmente lo dirà la gente, quella appassionata, quella che sacrifica molto per seguirlo. Comunque. Nonostante tutto. Cosa sia ancora il Giro tenterò di raccontarlo in queste tre settimane, nel viaggio che ho deciso di intraprendere. Da Napoli a Brescia, anch’io, ma sulle strade lontane dalla corsa. Dove la gente si vede, assieme, al bar Sport. Perché l’italiano è uomo sportivo, certo, ma sportivo da divano, da televisione, da bar Sport. Appunto.

Anche su www.girodiruota.it

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