di Gino Cervi

Oggi il Giro sta per arrivare a Ivrea. A Ivrea, nel dopoguerra, Adriano Olivetti costruì un’azienda che assomigliava a un sogno. Poi, nel 1960, morì.  E tutti si risvegliarono. Ma i sogni possono essere ri-sognati. Ne è un esempio la rinascita delle Edizioni di Comunità che da poco sono tornate a suonare la loro campana per “un mondo libero, materialmente più fascinoso e spiritualmente più elevato”.

Il testo che segue è tratto dall’opera teatrale di Laura Curino e Gabriele Vacis, Adriano Olivetti. Il sogno possibile.

 

Quando nel 1901 nasce Adriano Olivetti la fabbrica di macchine per scrivere non era ancora nata. Camillo [il padre di Adriano] aveva una fabbrica di strumenti di misurazione. I contatori, faceva i contatori!

Camillo era un personaggio singolare, possedeva una fabbrica ma era socialista.

Era ebreo, aveva una moglie valdese, abitava in un ex-convento cattolico ed era ateo.

Credeva nella cultura e nel progresso scientifico, era stimato come inventore, aveva fondato giornali e pubblicava articoli veementi, ma non mandava i figli a scuola… per poi, a casa, fargli concentrare le elementari in due anni, sotto la guida della moglie Luisa, che era maestra.

Ma il cortile del convento era sempre pieno di bambini: gli Olivetti, i figli del fattore, i loro amici, i figli degli operai… Adriano! Elena! Dino!… Milu!!!

– Adriano andiamo!

– Non posso: ho la ruota a terra.

– Hai bucato la bici, aggiustala!

– Non sono capace!

– Aggiustala!

– Ho detto che non sono capace

– Dammela, che te la aggiusto io.

– Grazie, allora vento

– Te l’aggiusto io.

– Ma sei sordo? Ho detto che vengo.

– Dai, Adriano, prendi la ruota, smonta la ruota.

– Devo smontare la ruota.

– Ehi! Ma quante pezze ha questa ruota? Sembra la tovaglia di mia nonna.

– Mio papò dice che non bisogna sprecare.

– Bacin pin d’acqua.

– Bacinella piena d’acqua.

– Metti la ruota nell’acqua.

– Bule, bule, bule… Psss… partuss…

– Ah: il buco.

– Ten la mira.

– Tengo il segno.

– Strass… e sua…

– Straccio, asciugo.

– Cartavetro! Scartavetra… Basta. Tenacio e taccun.

– Il mastice e la pezza, li ho portati perché lo saprvo che tu me l’aggiustavi.

– Tenacio e tacun, tacun e tenacio.

– Mastice e pezza.

– Tenacio sulla ruota, spalma, spalma, spalma.

– Mastice sulla camera d’aria.

– Tenacio sul tacun, spalma, spalma, spalma.

– Tenacio sulla pezza.

 

(Soffiano. Adriano sta per riattaccare)

 

– Aspetta. Adesso.

Pe Pum d’oru

Da ‘la man sens oru

Da la stella munighella

Manda fora la più bella

La più bella nell’unur

Manda fora ‘l pescadur

Pesca, lu resca, manda

Fora questa

Questa non c’è

Manda fora la fia del re.

Fatto.

– Ah!

– Rimettila dentro.

Monta la ruota

Porta la pompa

Infila la pompa e pompa.

Pompa, pompa.

Pompa.

È molle, molle, molle!

Sei molle Adriano!

L’è dura.

Valvola. Dove hai messo la valvola?

– L’ho persa-

– Devi tenerla in bocca, tra l’incisivo superiore e il molare inferiore! Libera la mano, libera la favella! Per fortuna che l’avevo tenuta io la valvola.

– Sì, ma è passato il topolino e ha portato via il dentino!

– Adriano!!! Il topolino? Il dentino?

– Ho trovato anche un soldino.

– Ma quanti anni hai, Olivetti? Avvitala. Aspetta… Lo sfiato.

– Ah!

– Riprenditi il tenacio.

– Tienilo tu.

– No, è tuo, non lo voglio.

– Tienilo tu.

– Non ho neanche le tasche.

– No, dai, tienilo.

– Adriano, tieni il tenacio.

– Mi hai aggiustato la ruota, tieni il tenacio.

– Oh, Adriano, io la bici te l’ho aggiustata perché siamo amici, non per il tenacio.

– Ma cosa dici: prenditi il tenacio.

– Attento che mi sporchi la maglia pulita! Il grasso della catena… Mi hai lasciato la sindone.

– Adesso chi lo dice a mia madre che mi sono sporcato tutto?

– Ho fatto tutto io, sei nero tu.

– Chi lo dice a mio padre che non so neanche aggiustare una ruota?

– Digli che l’hai aggiustata tu, no?

– Ma l’hai aggiustata tu.

– Ma tu digli che l’hai aggiustata tu.

– Ma se dico così dico una bugia, e se dico le bugie vado all’inferno.

– L’’inferno non esiste.

– Chi te l’ha detto?

– Tuo papà.

– Tua nonna dice che c’è.

– Tuo papà, mia nonna! Oh! Olivetti! E tu cosa dici?

– Io dico che deve esserci perché io non so neanche mettere un tenacio e tacun, se non so aggiustare una bicicletta, non so smontare una camera d’aria e non so fare niente con le mani non sarò mai bravo come mio papà, e come te, e la mamma, e Massimo, non riuscirò mai a fare niente e nessuno mi vuole bene. Finirò all’inferno tra le fiamme eterne nei secoli dei secoli. Amen.

– Olivetti, ma all’inferno ci sono le biciclette?

– Pedaliamo Milu

– Andiamo. Prendi la bici. Pedala. Dicci a tuo papà che ti compri una camera d’aria nuova!

– Sì, una camera d’aria.

– Con quella vecchia facciamo una fionda.

– Non sono capace.

– Ma va, mammola, io so fare certe fionde che sparano come obici.

– Non sono capace.

– Te la faccio io.

– Non sono capace.

– Ma sei sordo?

– Ferma ferma ferma!

– Via… pista!

– Dì a tua sorella di togliersi di mezzo

– Elena, levati di mezzo.

– Ti vengo addosso!

– Ferma!

– Togliti!

– Vediamo, vediamo! Vienimi addosso.

– Guarda che non mi fermo, cretina…

– Milu fermati…

– Mi sono fermato perché se no ti ammazzavo.

– Doce andate, deficienti?

– Andiamo in bici

– Vengo anch’io.

 

(in coro) – No.

 

– Perché?

– Perché facciamo un viaggio lungo, magari stiamo via anche tre ore.

– Tre ore? Tre ore suona la campana e non sei in tempo per venire a mangiare.

– Tanto la mamma non dice niente e papà non c’è, è a Torino all’Esposizione Universale.

– Anche mio papà è a Torino all’Esposizione Universale.

– Ma voi dove andate?

– Andiamo fino un punta alla Serra.

– Deficiente, la Serra non ha la punta.

– La Serra è una montagna e le montagne hanno la punta.

– È che, Milu, propriamente la Serra non è una montagna: è una collina morenica. E le colline moreniche non hanno la punta.

– Ha ragione Adriano: è una collina di detriti, portati a valle dal movimento del ghiacciaio.

Milu era concreto e scuoteva la testa, perché i ghiacciai non si muovono. Milu era il figlio di Prelle.

 

Se Burzio era il braccio destro di Camillo… Prelle era il braccio sinistro.

 

Ucci ucci, sento odor di cristianucci.

Prelle sembra l’orco delle favole. Nella foto aziendali si riconosce subito dalla stazza, dalla testa calva e dai baffi a manubrio. Ma l’orco era buono come il pane, e aveva voluto chiamare suo figlio in onore dell’ingegner Olivetti: Camillo.

Diminutivo: Milu.

Milu era concreto e scuoteva la testa, perché i ghiacciai non si muovono.

– Sì, Milu, è che propriamente i ghiacciai si muovono, di un centimetro al giorno, e prima o poi verremo tutti seppelliti dal ghiacchi… ghiacceranno i fiumi, ghiacceranno i mari, ghiacceranno gli alberi, le montagne, i continenti… Il polo sud arriverà al polo nord, una distesa di ghiaccio.

– Adriano, ti si è ghiacciato il cervello.

– Ci salveremo in pochi, pochissimi. Io e te, Milu.

– Io mi salvavo: avevo la pellicci.

– Saremo una piccola comunità. Fonderemo la nostra piccola patria, con le sue leggi e i suoi costumi, e dovremo ripopolare la Terra, e allora io mi sposerò una graziosa fanciulla dagli occhi azzurri… e tu, Milu, ti sposerai con mia sorella Elena… E ripopoleremo…

– Adriano, non ho capito bene: cosa hai detto?!

– Ghiacceranno i fiumi, ghiacceranno i mari…

– Eravamo già ghiacciati. Vai avanti.

– Questa è l’idea centrale: fonderemo una comunità-

– Avevamo già fatto tutto.

– Beh, tu ti sposi con mia sorella Elena.

– Io con lei? Ma l’hai vista?

– Si che la vedo, la vedo tutti i giorni.

– Ma l’hai vista?!

– E sì, è mia sorella.

– Deficiente!

– Ma è femmina!

– È vero

– Adriano, dammi quella bici. Se no ti faccio vedere io quanto sono femmina.

– Noi non possiamo darti la bici.

– Dammi quella bici, Adriano. Dammi quella bici! Se no ti faccio vedere io quanto sono femmina!

– Milu!

– E dalle quella bici, cosa ti costa!

– Vediamo chi arriva primo in punta alla Serra.

 

(in coro) – La Serra non ha la punta!

 

– Pronti… via!

– Non vale… Dovevi dire uno due tre pronti. Rifa. Aspetta, Elena: taglia per i boschi.

 

 

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