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di Guido P. Rubino (foto GR)

Una mamma sarda, il papà veneto, di quelli appassionati di bici, lei cresciuta nella svizzera tedesca, di quelle che lavorano e si danno da fare. Sempre nel settore delle vendite. Poi, a 29 anni, prova ad andare in bicicletta. Alla fine papà ce l’ha fatta a convincerla. E il bello è che in bicicletta non solo segue il papà, inizia a staccarlo e a lasciarlo senza fiato in salita. Ma non solo lui, via via anche gli altri che incontra.
Vuoi vedere che non se la cava male?
Iniziano più o meno così sei anni da atleta professionista per Sabrina Emmasi.
Diversi piazzamenti, nessuna vittoria. “Una bella gregaria”, si definisce oggi guardandosi indietro. Tre Tour de France, diversi Giri d’Italia, parecchie corse in giro per il mondo. Ha iniziato tardi ma ha recuperato presto il tempo perduto.

IMG_3783«Ho iniziato per curiosità e proseguito per passione – racconta oggi, bici al chiodo e la splendida Giorgia (19 mesi) da inseguire – ma non ho mai imparato la cattiveria agonistica. Per quello quando arrivavo al traguardo poi mi mancavano le forze per alzare il sedere dalla sella e giocarmi la volata».
Già, la cattiveria, quella che fa di un atleta forte un campione o una campionessa. Si impara da piccoli oppure si ha dentro per carattere.
«Io non ne ho mai avuta» confessa. Poi torna a raccontare del lavoro che sta facendo adesso, assieme al marito, in un’idea di abbigliamento che vi racconteremo tra un po’. Parla veloce, precisa, cambia lingua al volo a seconda dell’interlocutore e descrive con precisione. Una grinta mica da poco. Chissà se facesse una volata oggi…

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