GOPR0984-Edit-2

di Alberto Sarrantonio (foto AS)

Houthalen-Helchteren, è una cittadina di circa trentamila anime che si trova nella provincia del Limburgo belga, nella parte più orientale delle Fiandre. Siamo a sud-ovest del paese, vicino il confine con l’Olanda, a due passi da Maastricht e Valkenburg, lungo le cui strade si snocciola il percorso della Amstel Gold Race.

Roland, accanto a noi, è alla guida dell’auto che ci sta conducendo dall’aeroporto di Eindhoven ad Hasselt, dove alloggeremo per la notte. Lo vedi subito che è abituato a prendere ed accompagnare persone sconosciute su è giù per le strade del Belgio. Si è presentato in aeroporto con un cartello recante il nostro nome, ci ha accolto sorridente ma con discrezione. Non una parola di troppo, né un gesto fuori luogo. Un professionista nel suo campo.

L’unica nota di colore in questo grigio pomeriggio piovoso è sua moglie, che lo accompagna per fargli compagnia lungo i chilometri che di solito macina in solitaria quando è al volante.

Houthalen-Helchteren è una località sconosciuta ai più, ma non a Roland. Quando lungo la statale N74 vediamo sfilare sulla nostra destra un colossale impianto minerario in disuso, notiamo un sussulto sull’impassibile espressione di Roland. E lì, l’uomo taciturno e poco incline alla conversazione, vuoi anche per il suo inglese non fluente, diventa un fiume in piena di parole, ricordi, emozioni. Ci racconta di quando anche lui lavorava proprio in quella miniera di carbone. Quel carbone, nero e sporco, che tanto ha contribuito allo sviluppo economico del Belgio ma che tanto ha anche tolto in termini di vite umane e di disoccupazione via via che le miniere venivano chiuse a seguito della delocalizzazione dell’estrazione del minerale in nuove aree geografiche.

Roland ci racconta di quando, ogni giorno, scendeva fino a ottocento metri di profondità, col suo caschetto dotato di lampada sul fronte per fare luce nelle viscere della terra. Ci racconta di quanto caldo faceva laggiù. Ma anche di quanto gli piaceva il suo lavoro. Ci racconta anche che dalla pancia di quella miniera era possibile raggiungere la limitrofa cittadina di Zolder in bicicletta attraverso un tunnel di circa 5 chilometri. E nelle pause Roland pedalava felice su e giù lungo questo tunnel per tenersi in allenamento perché anche lui, come ogni buon fiammingo degno di portare tale nome, è un ciclista appassionato. Un amante della bicicletta come strumento di libertà piuttosto che come mezzo agonistico.

Poi un giorno la miniera viene chiusa e Roland, con moglie e figli a carico, si trovò a dover ricominciare una nuova vita, cercare un altro lavoro. Ed è così che trovò lavoro come autista presso un’azienda locale che produce biciclette. Non solo autista ma anche trasportatore. Ed è grazie al suo nuovo lavoro che ha avuto l’occasione di venire in Italia e visitare il nostro paese. Gli chiediamo dove sia stato e cosa abbia visto e per tutta risposta rilancia dicendoci cosa vorrebbe vedere la prossima volta.

Oggi Roland è ancora un uomo felice anche senza la sua miniera. Il suo caschetto da minatore è stato sostituito dal dispositivo GPS che ha in macchina, anche se lo accende di rado. E quel tunnel sotterraneo di cinque chilometri che una volta faceva su e giù in bici, è diventato l’asfalto delle strade lungo cui scorta i suoi passeggeri. Non una parola di troppo, né un gesto fuori luogo. Tranne quando si passa davanti la (ex) miniera di Houthalen-Helchteren.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.