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Di Gian Paolo Grossi

(Foto dalla pagina Facebook della Ronde van Vlaanderen cyclo)

Sapevo ciò che mi attendeva. Nella migliore delle ipotesi il freddo e magari non la pioggia, dolori assortiti anche nel caso in cui non fossi incappato in qualche caduta, ed un carico di fatica tale da mettere in dubbio – soprattutto in chiusura di percorso – quell’annunciato divertimento a cui non avevo saputo dire di no. L’attrazione del cicloturistico Giro delle Fiandre era risultata nuovamente fatale per me, amatore domenicale di bassa lega. Ci tenevo ad essere alla partenza di Oudenaarde, molto più di quanto ciò sia giustificato dalla mia blanda attività agonistica in Italia. In fondo non è una corsa ma una pedalata, dura ma tale. Appunto, una cicloturistica. Non conta il traguardo, quanto godersi il percorso, per quanto possibile. Partenza alla francese, poco agonismo e nessuna classifica. Ma tanta emozione: basta arrivare e ti senti un eroe. C’è un antefatto, a spiegare i motivi di tale sentito coinvolgimento. Da sempre attratto da quella corsa vista in tv, avevo colto al volo, tre anni fa, l’occasione di prendere parte ad una competizione fuori stagione nel cuore delle Fiandre. E di concedermi un’uscita sul percorso e sui muri che rendono epico lo spettacolare evento giunto quest’anno a celebrare con orgoglio il proprio centenario. Un secolo di vita, ma non cento edizioni disputate, dato che ‘de Ronde’ (il Giro, in fiammingo) ha dovuto subire un’interruzione di quattro anni, durante la Prima guerra mondiale.

4Tornando a me, fu proprio quella pedalata in compagnia dell’amico Ludwig, un abile e brillante meccanico di Lierde, a rafforzare la mia già tenace convinzione: era bastato un assaggio di qualche muro qua e là (ancora li ricordo tutti, quella mattina affrontai in successione Tenbosse, Molenberg e Berendries) per innescare un processo irreversibile. Era deciso. Avrei dovuto rivivere la medesima esperienza nei giorni giusti, quelli in cui la passione a bordo strada rende il Giro delle Fiandre la festa di un popolo che vive e gioisce per la bicicletta. Ecco spiegata, nella primavera del  2011, la decisione di chi scrive di tornare in Belgio per prendere parte alla cicloturistica e assistere dal vivo alla battaglia dei professionisti e allo spettacolo che questi sanno offrire sui muri. Ora il bis, consapevole che non si poteva mancare al centenario appuntamento con la storia. E poi il percorso nel frattempo è un po’ cambiato: la corsa ha lasciato il traguardo di Meerbeke, la piccola frazione di Ninove che dal 1973 ospitava l’atto conclusivo del Fiandre, per spostarsi più a ovest, a Oudenaarde. Addio, dunque, per almeno sei anni al mitico Muur van Geraardsbergen (lo ricorderete per i tanti attacchi decisivi e per la graziosa cappella sita in cima alla collina) e al Bosberg, l’ultima fatica in pavé, allietata a bordo strada dalle maxicaricature dei campioni a due ruote. Come pure addio al Tenbosse, la salita del centro di Brakel tanto cara a Peter Van Petegem (l’idolo locale qui vi è nato e in una trattoria sulla strada statale potete ancora trovarvi il suo fan club) e all’Eikenmolen, una rampa progressiva sulla quale piazzò lo scatto decisivo Stijn Devolder nel 2008, proprio davanti alla casa-scuderia di Inge, la miglior operatrice turistica che l’area possa vantare.

Gian Paolo Grossi, mantovano, protagonista alla Ronde cyclo e autore del reportage

Gian Paolo Grossi, mantovano, protagonista alla Ronde cyclo e autore del reportage

Detto di ciò che non c’è è bene concentrarsi su ciò che invece mi attende: 133 chilometri totali, 15 muri e, metro più metro meno, qualcosa come 17 chilometri di pavé, tra interminabili tratti piani tritatutto e celeberrime mulattiere, grazie alle quali questi posti di campagna hanno guadagnato la stima del ciclismo e notorietà internazionale. Tre i percorsi proposti dagli organizzatori ai cicloturisti: il più corto da 83 chilometri, quello medio da 133 – entrambi con partenza e arrivo a Oudenaarde – e (il via è da Brugge) quello più lungo da 259, distanza medesima dei prof e percorso dissimile solo nel finale, dove per ragioni logistiche viene risparmiato agli amatori il breve circuito comprendente Oude Kwaremont e Paterberg, che i campioni avrebbero dovuto affrontare tre volte. Non è un problema, anzi: per chi come me ha optato per la media lunghezza e per tanti altri amatori un solo passaggio in quell’inferno basta e avanza. Sarebbe stato ancor più intrigante affrontare l’intera distanza ma poiché il dislivello è praticamente identico al medio e a distinguere i due tracciati sono 120 chilometri pianeggianti iniziali sferzati dal vento ed un solo muro ‘fuori porta’, il rischio era quello di arrivare al più bello già stremati e forse maledire il momento in cui si è presa una decisione più di pancia che di cervello. Il venerdì è l’occasione per una ricognizione del percorso in bella compagnia. Il giornalista-professore Vincenzo e mia moglie Paola sono con me: tre ore trascorse su e giù per i muri serviranno pure per prendere confidenza con le difficoltà della prova dell’indomani e con le caratteristiche della nuovissima Trek Madone 5.2 affidatami da Ludwig (ma in quale altro posto del mondo trovo a mio completa disposizione un meccanico che fu al servizio di Museeuw, Bruyneel, Baguet e che a casa porta ex campioni del calibro di Maertens, Pevenage, nonché – la presi in mano con stupore io stesso nell’edizione 2011 – la bici con cui Sylvain Chavanel aveva sfiorato l’impresa nel Fiandre solo poche ore prima?) ma offrono soprattutto l’opportunità di ammirare il gradevole paesaggio. Bucolicamente nordico e così diverso dal concetto di campagna a cui siamo abituati.

3Chi ama gli animali, qui non ha altro che da lustrarsi gli occhi e prendere nota di asini, cani, capre, cavalli, cerbiatti, galli e galline, lepri, maiali, mucche, pavoni, pecore e pony, menzionati in rigoroso ordine alfabetico per evitare facili allusioni. E se in giro per il mondo ci siamo imbattuti, prima o poi, in un segnale stradale che allertasse gli automobilisti del possibile attraversamento di questi animali, non mi era francamente mai capitato di trovarmi di fronte al classico triangolo biancorosso, ma che ora metteva in guardia dall’attraversamento di… rane. Accade al villaggio di Zwalm, in prossimità dell’omonimo canale, ad una manciata di chilometri da Zottegem, rimasto il punto più orientale in cui si sviluppa la corsa. Alla vigilia della cicloturistica è quasi d’obbligo cenare con Erwin, un giornalista-ciclista locale conosciuto in Italia un paio d’anni fa. E’ incredibile come ognuno di noi, in senso generale e non strettamente ciclistico, vada inseguendo ciò che non ha sotto casa. Lui è belga e parteciperà alla Milano-Sanremo per amatori, il prossimo 9 giugno. Io ho la Sanremo a due passi e decine di altre spettacolari Gran Fondo, a cui rinuncio privilegiando il Fiandre. “Perché lo fai?” mi chiede Erwin con i suoi modi garbati e la voce quasi impercettibile. “Perché non so resistere al fascino di questa corsa” gli rispondo io “ed ogni volta che salgo in bici qui mi sembra di rinascere. C’è grande conoscenza di tutti i professionisti e massimo rispetto per chi va in bici. Apprezzo il calore e la competenza di questa gente e pedalando in mezzo ad essa mi sento al sicuro”. Devo fare il pieno di carne in vista dell’indomani e ordino pure le patatine fritte. Non sono il top nella dieta di un ciclista ma Erwin la butta sul ridere: “Ti daranno un po’ di grasso necessario a combattere questo maledetto freddo”. Poi si fa più serio: “Allora, hai capito come si pedala sulle pietre?”. Ed io, che non volevo apparire né supponente né sprovveduto rimango sul vago: “Beh…sì, più o meno!”. “Sul pavé devi volare – m’indottrina Erwin – E per volare devi pedalare agile e menare. Se perdi il ritmo, ti mancano le gambe o hai paura, finisci per arrancare e non ne esci più. Attento ai canali esterni dove si rifugiano i professionisti in corsa: sembrano meno infidi ma lo spazio è ridotto, basta uno scarto e sei per terra. Ricorda anche che la stanchezza e la mancanza di lucidità fanno andare i ciclisti ovunque, pur di evitare il pavé. E sui marciapiedi puoi anche scontrarti con qualche spettatore”. Grazie molte, Erwin, ma ora basta consigli, o finirei a passare le ore che mancano al via a torturarmi sui potenziali pericoli che la bici rappresenta. Già metabolizzati nel mio Paese. Buonanotte.

Sabato mattina, il sole fa capolino tra le nuvole, la giornata è fredda ma ideale per pedalare. Me la prendo comoda, benché la brochure della cicloturistica suggerisca di partire tra le 7 e le 9, a chi ha optato per il percorso medio. Dopo un’abbondante colazione mi faccio trasportare in auto da mia moglie (lei è il mio Angelo e Diavolo al tempo stesso, “sarei orgogliosa se tu andassi al Fiandre ma vorrei che facessi il percorso breve” dice) nel parcheggio del birrificio Roman, sulla statale per Oudenaarde. Non è permesso spingersi oltre, dato che vicino hanno sistemato il primo ristoro e davanti ci appare un plotone di cicloamatori. Sono già le dieci e mezza e fino alla partenza è quasi tutta discesa. Se tensione c’è – di gran lunga inferiore alle Gran Fondo italiane dove prevale l’agonismo al piacere di montare in sella – è stemperata dalla gentilezza e dalla curiosità degli steward di percorso, al nostro fianco mentre ultimo i preparativi: “Da dove venite?”, “Siete qui per questo?”, “Ti divertirai”, “Gran bella bici, in bocca al lupo!”. Coraggio, è l’ora di salutarci. “Ci vediamo nel tardo pomeriggio. 5Non dirmi niente, userò la testa. Come sempre” è l’arrivederci di rito. E poi giù verso Oudenaarde. Il mio via è alle 11.05. La riva della Schelda, seguita a lungo dopo la partenza, permette d’infilarsi in un gruppetto e mettersi al coperto per un po’. Poi, chilometro dopo chilometro, se a fianco hai sempre le stesse facce, qualche parola finisci per scambiarla. Ed è così che per tre ore e mezza – in pratica sino al secondo ristoro – mi sono ritrovato in compagnia di tre simpatici belgi (una è una ragazza, dal fisico improbabile ma dalla straordinaria resistenza), dei quali conosco solo il nome di uno di loro, Peter. Che nella prima parte del percorso mi tempesta di domande su papa Francesco, rivelandomi l’emozione di vederlo affacciarsi per la prima volta in piazza San Pietro. Se mi fossi ricordato prima del nuovo Pontefice avrei potuto lenire la mia sofferenza sul Koppenberg, uno dei muri-simbolo della corsa belga. A metà di questa terribile parete in pavé di soli 600 metri ma con punte al 22%, affrontata quale prima asperità di giornata dopo soli 15 chilometri, ho dovuto mettere il piede a terra, mio malgrado. Non sono il primo e non sarò l’ultimo a farlo: persino mi rallegro di essere sceso di bicicletta soltanto qui, nel più tremendo dei 15 muri affrontati. Per rendersene conto da casa è sufficiente dare un’occhiata sul web all’archivio che Youtube ha collezionato del Koppenberg: professionisti che salgono a piedi (e anche quest’anno la corsa domenicale  non è stata immune da questa regola) e l’eccezionale investimento del danese Skibby da parte di una vettura dell’organizzazione, nell’edizione del 1987. Sul Koppenberg si radunano parecchi curiosi anche durante la cicloturistica: del resto è un santuario e come tale merita un costante pellegrinaggio. Riconoscendo l’abbigliamento della mia società, che nel basso Garda è parecchio diffuso, un esperto tifoso belga mi incoraggia gridandomi “Lago di Garda!”, mentre io salivo a piedi. Azzardare un “sorry” m’è sembrato il minimo che potessi rispondere, scusandomi di offrire all’appassionato uno spettacolo indegno, quello di affrontare a piedi la più inquietante tra le rampe del Giro delle Fiandre. Ma gli applausi, suoi e della famiglia, mi hanno dato la forza per rimettermi in sella, aggrapparmi alla transenna e spingermi sui pedali, sino a riprendere a mulinarli. Al Koppenberg fanno seguito altri tre muri in pavé, e dopo di essi non siamo neppure al chilometro 30. Un breve taglio sull’ormai celebre strada statale conduce ad un tratto in discesa sul pavé, antipasto dello Steenbeekdries: un gioco da ragazzi l’ascesa, in confronto al Koppenberg, ma la difficoltà in questo caso non è arrivare in cima, quanto non perdere terreno sull’insidiosa discesa (anch’essa in pavé) che ne segue. Vista l’assoluta mancanza di competizione, di terreno non ne ho perso: ma la borraccia sì, uscita dalla sua sede a causa dei sobbalzi. Dovrò farci l’abitudine.

Ci troviamo in aperta campagna e i muri si susseguono quasi piacevolmente. E’ la fase più ludica della cicloturistica: siamo freschi, adrenalinici, non temiamo la distanza, tantomeno le sue difficoltà. Eppure, a oltre cento chilometri dalla meta, nessun cicloamatore transita ventre a terra spingendo a fondo. Per quanto mi riguarda rimango diligentemente al fianco di Peter: lui e l’altro ragazzo si preoccupano che la tipa che è dietro non perda troppo terreno alle loro spalle. Sotto le nostre ruote scorrono Taaienberg ed Eikenberg: più tosto ma breve il primo, oltre un chilometro il secondo ma decisamente pedalabile. E con questi due muri siamo a quota quattro, tutti sulla pietre. Di Kapelleberg e Varent, i due che seguono prima del ristoro, non ho particolari ricordi, eccetto che sono asfaltati e che come in tutte le ascese di giornata scali più con l’anima che con le gambe, quasi ricavassi energie supplementari dalla solidarietà dei cicloamatori, accomunati nel bene e nel male.

9Ecco il ristoro: una breve telefonata per rassicurare chi vi sarà facile immaginare, uno spuntino a base di barrette e dolcetti al miele, il pieno nella borraccia, una doverosa evacuazione ed un rapido check-up della bicicletta, anche se il peggio per la mia brava Trek deve ancora venire. E non tarderà: appena dopo il ristoro, mentre il sole saluta la nostra compagnia lasciando il posto ad un cielo cupo e al freddo intenso (facendomi maledire la sosta), la tortura si chiama Holleweg, quasi due chilometri di pietre assassine sulle quali – se Erwin fosse con me – mi chiederebbe di volare. E subito dopo ci sono i settori di pavé di Kerkgate e Jagerij a ribadire che – io, insieme ai tre belgi e a migliaia di altri cicloturisti sino all’impressionante quota di 16.000 presenze – stiamo facendo sul serio. Quando il frullatore ci sputa fuori la lancetta delle energie ha già consumato il carico accumulato al primo ristoro, solo 10 chilometri prima. “Non so se lo sai – mi sorride Peter – ma abbiamo superato il primo terzo del nostro percorso”. Noto che il suo amico, saggiamente e al pari di molti professionisti in corse come queste, ha incollato sul telaio, appena sotto la pipa, la lista dei muri, dei settori in pavé ed il loro chilometraggio. Imitato da molti altri cicloturisti. Ci avevo pensato anch’io, ma poi nelle convulse ore che hanno preceduto la partenza per il Belgio l’idea è rimasta tale. Mi metto sull’attenti, una strada nel bosco porta al temibile Molenberg (la collina del mulino), di cui ho un chiaro ricordo dal passato: pietre malmesse e rivolte all’insù, accentuata schiena d’asino nella loro disposizione, pendenze rese più impervie da muschio e terriccio (è asciutto, per fortuna non fango). Il tutto in soli 463 metri, come riassume il cartello stradale. Qui nel 2010 scattarono Cancellara e Boonen, prima che lo svizzero piantasse in asso il campione locale nel tratto più duro del Kapelmuur. “Il Molenberg è come un pugno nello stomaco” sbotta Peter, girandosi verso di me, quando già s’intravede il mulino, alias la fine della sofferenza. A Zottegem una piccola sosta: la ragazza accusa un filo di stanchezza. Fatica che si accentuerà sul pavé di Paddestraat, lungo quasi due chilometri e mezzo, ennesimo passaggio tagliagambe nel frullatore che ora nulla concede ai suoi martiri. Rekelberg, Berendries e Valkenberg: tre passaggi analoghi su asfalto, tre stilettate per le nostre gambe un poco affaticate. Sul Berendries – decisamente impegnativo – c’è addirittura pubblico: è qui che perdiamo la ragazza, ma ci raggiungerà al secondo ristoro, da lì a poco.

Già, la sosta. E’ necessario fermarsi per mangiare e bere qualcosa ma il freddo che ti assale te ne fa pentire. In più, una volta risalito in bici è il pavé di Haaghoek ad attendermi, il peggiore che potesse materializzarsi, quello che può strapparti il manubrio dalle mani. Tanto che bastano pochi metri degli oltre due chilometri di pietre infide, perché la borraccia finisca nuovamente a terra, svuotandosi. Poco male, ne ho una seconda quasi piena ed il clima rigido non richiede di dissetarsi spesso, quando all’uscita dall’inferno di Haaghoek mancano ancora oltre 50 chilometri. Piuttosto, mi accorgo che i tre belgi non sono più con me: la ragazza è provata e i due amici non possono fare altro che attenderla pazientemente. Decido a questo punto di proseguire da solo (mica poi tanto, visto che pedalo in mezzo a migliaia di partecipanti!) sino a Foreest e Berg Ten Houte, due muri lisci ‘provati’ il giorno prima in ricognizione attorno a Ronse. Entrambi arcigni, con il secondo che presenta uno scalino iniziale al 21%. In cima al quale una hostess mi porge una nota bibita energetica, che – m’illudo – mi abbia fatto prendere vigore sino al ritorno a Ronse, laddove Maurizio Fondriest divenne campione del mondo 25 anni fa. E’ in quest’area che trovo quali compagni di viaggio un gruppetto di coraggiosi partiti da Brugge, di prima mattina. Scoprirò così in “Deloitte” – dal nome dello sponsor che questo ragazzo ha sulla maglia – una valida spalla con cui percorrere una ventina di chilometri spingendo a fondo, tenuto conto che oltre a muri e pavé, il tracciato difficilmente si sviluppa in piano: sulle ciclabili, infatti, sei sempre in leggera salita, oppure in discesa. “Lo scorso anno era stato più semplice – mi confida mentre galleggiamo sul Kruisberg, il primo lungo muro in pavé da quando ho lasciato il Molenberg -. I partenti da Brugge erano un numero maggiore e potevi sempre nasconderti dal vento in qualche folto gruppo. Oggi, invece, spesso ho pedalato scoperto ed ora i chilometri sulle gambe li sento tutti. Sono in bici da sette ore e quaranta minuti. E tu?”. “Io? – gli rispondo senza aver il coraggio di ammettere stanchezza – Ho esattamente tre ore e 120 chilometri meno di te. 7Forza e coraggio, che mancano solo tre muri e 35 chilometri”. Lo avverto di un gradino traditore vicino ad un marciapiede, con cui ha fatto i conti il giorno prima un ciclista davanti a me, ottenendone una foratura. Ma giunti nel punto incriminato una transenna ed un puntualissimo steward sbandieratore ci obbligano ad un breve taglio sulla strada centrale: come sono efficienti questi belgi! L’episodio merita una spiegazione. Ho fatto cenno alle ciclabili. In Belgio è obbligatorio, pedalare su ciclabili ed il Giro cicloturistico delle Fiandre, non esce da questa regola, poiché la circolazione è sempre aperta. Ma quasi non ce ne si accorge, per quanto pochi sono i tratti su strade battute dalle auto. Stop! Nel vero senso della parola. Ci accodiamo ad un gruppo fermo al semaforo sino a quando un solerte vigile non ci dà il via libera. Comincia la parte finale. I mangia-e-bevi di Kluisbergen ed il muro di Karnemelbeekstraat, dove perdo “Deloitte”, fermo a bordo strada (“Vai, vai – mi fa segno –, è tutto ok!”) e dove in cima all’erta il servizio di rifornimento in corsa distribuisce salsicce secche. Ho fame e mentre pedalo mi faccio tentare dal gusto salato di una di esse, divorandola in un attimo, più o meno lo stesso tempo che passa prima che sia preda di un’intensa sete che andrà via via scomparendo.

Non c’è più tempo, ormai, per il romanticismo: occorre essere pratici, a dispetto delle ridotte energie, superare i due prestigiosi muri che restano e involarsi al traguardo. Il primo è l’Oude (Vecchio) Kwaremont: le pendenze non sono impossibili ma il pavé decisamente irregolare rende questi 2200 metri difficili da oltrepassare indenni. Quando le pietre lo consentono ti guardi attorno e vedi uno stadio, ridondante di tribunette e stand gastronomici, dove la birra scorre a fiumi. E mentre qualcuno sta già fissando gli striscioni pensi a quanto pubblico si radunerà attorno a questo serpente di pietra il giorno della corsa. Due giorni più tardi, esaltando il trionfo di Cancellara, i web-quotidiani locali scriveranno di circa 200 mila presenze sul Kwaremont. Dove non dimenticherò mai di aver esternato, anche solo per un attimo, stanchezza e nervosismo, sino ad implorare “Basta pietre!”. Era il mio calvario e stavo cercando di viverlo con dignità, ma uno scatto di nervi – in quelle condizioni – può scappare a chiunque. Finalmente si staglia all’orizzonte la sagoma della chiesetta di Sint Amandus (Sant’Amando) e quando transiti da lì, il peggio è passato. Non resta che una piacevole discesa con vista panoramica sulle colline prima di affrontare l’ultima fatica di giornata, quel Paterberg che 24 ore più tardi vedrà l’allungo decisivo di ‘Spartacus’ sul fiero Sagan. Di questi problemi io e i miei occasionali compagni di sofferenza certo non ne abbiamo. E’ sufficiente andare oltre. E per farlo dobbiamo far passare l’ambulanza che ulula con urgenza alle nostre spalle (la ritroveremo parcheggiata in discesa poco più avanti) e affrontare senza paura questa coltellata in pavé da soli 360 metri con punte al 20,3%. Beati noi amatori che prima di inerpicarci possiamo rifiatare, estrarre il telefono e scattare una foto, oltre ad alleggerire il cambio e stringere i denti per giungere in cima: i prof devono farla a tutta e non è proprio un gioco da ragazzi. E’ qui che la domenica mi sono gustato la corsa: maxischermo, seduta privilegiata all’interno delle transenne e scatto letale di Cancellara proprio davanti i miei occhi. Tanto da far insinuare a qualche amico buontempone che – senza ovviamente conoscermi – la Locomotiva di Berna mi avesse indicato tra il pubblico al foglio firma di Brugge, promettendo: “Aspettami sul Paterberg e ti farò vedere come ci si libera di ogni pericoloso rivale”. Scenetta infinitamente meno credibile del fatto che abbia scalato il Paterberg senza mai scendere di bicicletta. Eppure è così, che lo crediate o no. “Vuoi dirmi che sei davvero venuto su da qui?” spalanca la bocca mia moglie Paola. Forse non si rende conto che, basta alleggerire e chiunque può venir su, ammesso che abbia una velocità sufficiente ad evitare il ribaltamento o non stramazzi al suolo. Ma se è vero che i muri ti guardano in faccia, dei ciclisti che lo sfidano il Paterberg non si perde neppure un lineamento, un tratto, una sfumatura.

Passato l’ultimo ostacolo, in cima un cartello in prossimità della svolta a sinistra annuncia che al traguardo di Oudenaarde mancano solo 14 chilometri. Poco più di una ventina di minuti di pura gioia, ancorché sofferti per il forte vento contrario. Chilometri di treni, alte velocità e finta bagarre, con una ritrovata forza nelle gambe. E’ pure spuntato un pallido sole, forse c’è già da un po’ ma se è così non ho avuto modo di apprezzarlo. Sotto la fiamma rossa cade un sottile nevischio e c’è qualcuno che accenna uno scatto, poi però si ferma. Meglio godersi a velocità moderata l’interminabile ultimo rettilineo e conquistarsi lo spazio necessario a vivere intimamente il passaggio sotto al traguardo. Qualcosa più di cinque ore, al netto dei ristori. Mille pensieri mi passano per la mente ma quello dominante è la convinzione di aver messo in pratica un’idea che mi frullava in testa da tempo. Troppo, considerati i tempi di reazione da ariete impulsivo. Voluta, inseguita e infine ottenuta. Ho trovato commovente l’abbraccio dei cicloamatori all’arrivo, ognuno consapevole della forza interiore del compagno. Ora siamo tutti uguali, appena oltrepassata la linea fatidica, mentre gli altoparlanti lanciano a ciclo continuo i commenti in lingua originale dello sprint di Boonen vecchio di un anno, presi dalle tv internazionali: chi ha sfidato il freddo, il vento, i muri e il pavé per 83, 133 o 259 chilometri, non c’è differenza. Solo la gioia di avercela fatta. Il dolore ai polsi per le sollecitazioni delle pietre e alle dita per aver stretto forte il manubrio troppo a lungo arriverà l’indomani e passerà nel giro di qualche giorno. Cerco nelle tasche il telefono per farmi ritrarre sotto l’arco e trovo anche le due camere d’aria preparatemi da Ludwig, di cui grazie a Dio non ho avuto bisogno. Prima di tornare in sella per recarmi al paddock del Kubus (dietro alla stazione ferroviaria di Oudenaarde) penso a quanto sono fortunato, ad aver vissuto una giornata così. Ma credo anche che la prossima sfida non sarà meno intrigante.

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