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Si sta correndo il Giro del Trentino, sulle strade più belle di questa regione. In gara, un lotto di atleti davvero di primo piano, da Vincenzo Nibali a Bradley Wiggins, da Cadel Evans a Ivan Basso. Una corsa a tappe minore sta riscuotendo l’interesse di una grande classica. Si corre nei paesi e sulle montagne tanto care a campioni e personaggi, magari meno conosciuti di altri. Come Aldo Moser, un ritratto di un corridore antico e genuino.

di Gianni Bertoli

Era l’inizio dell’anno scolastico 1955-1956. Negli ultimi periodi avevo fatto il vocione da uomo e avevo guadagnato parecchi centimetri di statura per cui sedevo, assieme al mio amico Mario Cazzaniga, nell’ultimo banco del primo quartiere della terza F, scuola media statale Tiepolo a Milano.

Per la sua prima lezione dell’anno, la professoressa di inglese chiese a ciascuno di noi come e dove avessimo trascorso le va- canze estive: obbligatorio rispondere in inglese. Tra qualche titubanza, qualche errore e normali difficoltà di pronuncia, tutti noi rispondemmo al quesito. Poi, Gerli, il “secchione” della classe, pose alla professoressa lo stesso quesito in un buon inglese, ter- minando con la domanda “mare o monti?” La prof rispose in italiano: “Monti! Io vado sempre in montagna. Torno dalle mie parti: in Trentino, in un paesino che si chiama Palù di Giovo. Sapete dov’è?” La domanda rimase senza risposta, allora la prof insistette: “Ma come? Non lo sapete? È il paese dove è nato e dove abita la grande promessa del ciclismo italiano”. “Mòser – quasi urlai – Aldo Mòser della Torpado”.

“Bravo! – mi rispose – Però non si chiama Mòser ma Mosèr”. Poi ci raccontò che andava fortissimo in salita e che, da ragazzo, in sella ad una bici da passeggio staccava tutti, anche quelli che avevano la bici da corsa.

aldomoser1Quel giorno imparai dove andava messo l’accento, anche se quasi tutti continuavano a pronunciarne il cognome in modo errato. Aldo Moser, classe 1934, era entrato nel professionismo con credenziali di tutto rispetto. Nel 1953 aveva vinto per distacco il Piccolo Giro di Lombardia, classica riservata ai dilettanti. Vinceva sempre per distacco perché in volata era veloce come un paracarro. Nell’ottobre del 1954, ventenne, passò professionista con la maglia nerazzurra della Torpado. Patron Torresani ingaggiò un altro giovane promettente: Anacleto Maule, detto Cleto, vicentino di Gambellara, classe 1931. Maule e Moser, i due “M” fecero coppia fissa per un paio di anni.

L’esordio di Moser tra i professionisti fu, a dir poco, fragoroso: vinse subito, naturalmente per distacco, la Coppa Agostoni e poi fu protagonista nel Giro di Lombardia. Sul Ghisallo era in fuga il giovane Chiarlone, neo professionista della Welter; dietro di lui due uomini: Fausto Coppi e Aldo Moser. Moser si alzò sui pedali, staccò Coppi e transitò, solo, in seconda posizione, in cima alla salita. In discesa si formò un gruppetto di dieci corridori che giunse compatto al Vigorelli, dove Coppi, in versione sprinter, superò, nell’ordine, Fiorenzo Magni, Mino De Rossi, Bruno Landi, Agostino Coletto, Giorgio Albani, Aldo Moser, Walter Serena, Primo Volpi e lo stremato Valerio Chiarlone. A circa cinque minuti, Cleto Maule si aggiudicò la volata del gruppo.

Dopo quella brillante impresa, Moser, che tutti chiamavano il “bocia” per la sua giovane età, venne indicato come l’erede naturale di Gino Bartali.

All’inizio del 1955, Bartali decise di appendere la bici al fatidico chiodo e subito Aldo si diede da fare. Alla Milano-Torino, una delle prime gare della stagione, Lido Sartini, ex gregario di Bar- tali e ancora disoccupato, pensò di mettersi in evidenza con un tentativo di fuga. Su Sartini, che vestiva ancora la maglia gialla della Bartali, piombò il duo Maule-Moser. I due Torpado staccarono il malcapitato Sartini e giunsere soli al Motovelodromo dove Cleto Maule, buon velocista, non ebbe alcuna difficoltà a superare di molte macchine Aldo Moser.

Ormai la coppia dei due “M” della Torpado si era imposta all’attenzione di tutti. Maule era tagliato per le gare in linea mentre il “bocia” trentino pareva destinato a diventare un ottimo corridore per corse a tappe, viste le sue doti di scalatore, la sua regolarità ed  una  buona  predisposizione  per  le  prove  contro il tempo. Al Giro, vinto da Magni su Coppi, dopo la famosa fuga nella Trento-San Pellegrino ai danni di Gastone Nencini, Aldo fu sesto nella classifica finale preceduto da grandi corridori come Magni, Coppi, Nencini, Geminiani e Agostino Coletto. L’erede di Bartali non aveva tradito le attese. Intanto Cleto Maule si aggiudicò il Giro di Lombardia precedendo in volata un certo Fred De Bruyne.

Aldo continuava a mantenersi schivo e riservato concedendosi per pochi servizi giornalistici che lo riprendevano nel suo abituale lavoro nei campi di casa sua. Si concedeva un’unica stravaganza: l’autografo con un contenuto “svolazzo”.

1970-bitossi-aldo-moserIl 1956 doveva essere l’anno della consacrazione per il ventiduenne trentino. L’ombra pesante di Nino Defilippis aveva lasciato la Torpado per approdare alla Bianchi, orfana di Coppi, e Aldo era considerato il capitano indiscusso per le corse a tappe. Puntò tutto sul Giro. Magni era al suo ultimo anno, Coppi cominciava a sentire il peso degli anni, l’astro nascente Nencini non era in gran forma, la stella di Koblet si era definitivamente spenta; gli unici pericolosi sembravano il belga Brankart e Pasqualino Fornara che tutti davano in grande forma. Fornara dominò la cronometro di Lucca, indossò la maglia rosa e diede a tutti l’impressione di avere ipotecato la vittoria finale. La famosa tappa del Bondone provocò un terremoto imprevisto e il piccolo Charly Gaul indossò le insegne del primato che portò a Milano, seguito da una sparuta pattuglia di quarantadue superstiti. Dietro Gaul si classificò il commovente Fiorenzo Magni, poi l’elegante Agostino Coletto, quarto fu Maule per cinque secondi su Moser. Ricordo una grande foto su “Sport illustrato” in cui veniva ritratto Aldo Moser nella neve, in maniche corte, senza mantellina, con un cappellino di tela in testa. Il titolo recitava: “Come a Natale per il bimbo di Palù” e la didascalia diceva: “Il bocia di Palù ha superato nel gelo la prova del fuoco”.

Nel 1957, Aldo lasciò la Torpado per accasarsi alla Chlorodont. Nelle intenzioni dei dirigenti biancoblu avrebbe dovuto costituire con Nencini una fortissima coppia per le corse a tappe. In realtà Moser fece da luogotenente a Nencini: Gastone vinse il Giro e Aldo occupò un insignificante dodicesimo posto.

Nel 1958, ventiquattrenne, Aldo tornò a fare il capitano di una squadra. Lo volle con sé Costante Girardengo che andò ad allestire quella che sarebbe stata la sua ultima squadra: la Calì Broni-Girardengo, maglia gialla con fascia bianca. La stella del bocia cominciò ad offuscarsi. Baldini, Nencini, Anquetil, Gaul, Bahamontes lo misero in ombra. Al Giro del 1958 si classificò solo decimo. Rischiò di vincere la Tre Valli Varesine, ma non riuscì a staccare il compagno di fuga Carlo Nicolo e così sulla pista di Masnago: primo Nicolo, secondo Moser. Carlo Nicolo, piemontese di Muzzano, conquistò il più prestigioso successo della sua breve carriera professionistica. In compenso Aldo cominciò a mettersi in evidenza nelle corse a cronometro e, a fine stagione, vinse il Trofeo Baracchi in coppia con Ercole Baldini.

Nel 1959 e 1960 passò alla Emi come luogotenente di Charly Gaul. Il lussemburghese vinse il Giro nel 1959 e giunse terzo nel 1960. Aldo si ritirò in entrambe le edizioni della corsa rosa. Sembrava sul viale del tramonto invece, nel 1959, vinse un Gran Premio delle Nazioni a cronometro, battendo nientemeno che Roger Rivière, quindi chiuse la stagione imponendosi nel Trofeo Baracchi sempre in coppia con Baldini. Il forte passista di Forlì gradiva Aldo come compagno nelle cronometro. Il trentino si impose poi nell’edizione 1960 nella Manica-Oceano, una cronometro lunghissima.

Da tempo nessuno lo chiamava più bocia anche se aveva solo ventisei anni. Dal 1961 in poi cambiò molte maglie: Ghigi, San Pellegrino, Firte, Lygie, Maino, Vittadello, Pepsi, poi quattro anni filati alla GBC. Col tempo il viso divenne sempre più rugoso, asciugato dal sole delle corse e da quello dei campi dove continuava a lavorare. I capelli diventarono più radi e la folta chioma scura degli inizi si ingrigì e diede spazio ad ampie stempiature. Dal 1962 al 1967 portò con se il fratello Enzo, classe 1940, che al Giro del 1964 indossò per due giorni la maglia rosa. Dal 1970 al 1973 passò professionista anche un altro fratello, Diego, classe 1947.

Da tempo ormai lo chiamavano vecio quando, al Giro del 1971, al termine della Orvieto-San Vincenzo, indossò la maglia rosa. Poche volte vedemmo una maglia rosa così bella.

Per il vecio era ormai giunta l’ora del ritiro ma aspettò la fine del 1973 per poter pilotare, in maglia Filotex, il giovane fratello Francesco, all’esordio in campo professionistico. Esaurito il suo compito si diede solo al lavoro nei campi.

Ho visto Aldo Moser alcuni anni fa al termine del Gran Premio Palio del Recioto, classica per dilettanti che si corre nel veronese ogni martedì dopo Pasqua. Forse era venuto per vedere corre re qualche nipote. Portava una camicia a quadri e pantaloni di fustagno. I capelli erano grigi e radi ed il viso rugoso e bruciato dal sole. Il fisico era asciutto come fosse ancora in attività. Un signore di mezza età si rivolse ad un suo amico indicando l’ex bocia ed ex vecio: “Quel lì, quan l’era zòeno, el nazèa forte en salida e a cronometro. El vinsèa poco parchè se i arivàa ‘n du lu l’era secondo e se i arivàa ‘n tri l’era terso. L’è ‘n montanàr che anca quando ‘l corèa ‘l nasèa drio ale vigne. Varda che cai che ‘l g’ha!”

Il racconto è stato pubblicato in:

bartali libro

 

 

 

 

 

 

 

 

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