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Di Guido P. Rubino (foto GR)

ROUBAIX – Alla fine il primo ha tagliato il traguardo, è arrivato dai suoi e si è accasciato che l’han dovuto sorreggere. Gil altri, arrivati dopo, erano più stanchi. Signori, ecco la Parigi Roubaix. Una corsa senza salite che distrugge i corridori più di un passo alpino. Ci sono le pietre e le biciclette sul pavé fanno un rumore tutto loro. Lo avete mai sentito? Le bici tornano antiche, diventano tutte d’acciaio. Le pietre le scuotono con violenza, la catena sbatte sul fodero posteriore, a divincolarsi come un cavallo imbizzarrito. Ma è tutta la bicicletta che fa quel che vuole. Inutile stringere forte il manubrio, bisogna guidarla e assecondarla. Che a stringere ti fai solo male, anche se il meccanico ti ha messo due nastri manubrio per attutire gli spigoli delle pietre.

Presentazione Bianchi

Quel rumore è inconfondibile, sembra che debba rompersi tutto da un momento all’altro. Ruote che si inseguono. Oggi sono in carbonio, sempre meno quelli che le scelgono d’alluminio. Nelle corse normali sono un ricordo, nella Roubaix lo stanno diventando sempre più. E a quel rumore di catena che sbatte si sovrappone allora il rumore sordo dei cerchi ad alto profilo. Fa quasi paura a volte.

Dovreste vederle le pietre. Dovete vederle almeno una volta. Nella settimana santa del ciclismo si va alle pietre, come i pellegrini alla Mecca. In fila indiana ad inseguirsi e a mangiare polvere. Oppure fango. Oggi è stata una Roubaix di polvere, ma in altre edizioni, anche col sole, il fango si può trovare lo stesso. «A volte i tifosi sono sadici, e se è tutto asciutto portano loro l’acqua per bagnare».

È andata meglio, faceva pure caldo a un certo punto. Contrappasso di una stagione dove nelle corse di primavera c’erano calzamaglie pesanti e neve. Doveva essere proprio la Roubaix a far rivedere i muscoli, anche se coperti di polvere.

Che poi come fai a stare in piedi su quelle pietre lì. Sono lontane una dall’altra, e se sono vicine disegnano gradini che le ruote te le fanno quadrate. E torna quel rumore.

I corridori si infilano sul pavé cercando le zone migliori. Se è a schiena d’asino si va in centro, oppure si cerca l’erba sui lati, illusione sempre troppo corta che poi ci sono gli spettatori. Sono lì da tanto e la birra scorre veloce. È un attimo e basta allungare una mano per rovinare una Roubaix. Se non cadi di schiena, rischi comunque di sbandare e di perdere il treno giusto. La corsa va via irraggiungibile. Zdenek Star e Stijn Vandenbergh malediranno l’essere passati troppo vicini al pubblico. Gente che nelle orecchie dei corridori diventa un boato unico. Fino al silenzio che immette nel velodromo di Roubaix e fa esplodere le tribune.

Si alzano tutti insieme “come quando c’è un gol allo stadio”. Tra i due contendenti sembra scontato, come tra gatto e topo, ma non si sa mai. E torna il silenzio mentre i due si studiano su quel cemento che ha il colore della polvere da cui vengono. L’ultima curva è di rabbia e potenza e Cancellara piega Vanmarcke dopo aver strappato via via tutti di ruota. Senza scattare, aprendo solo il gas a modo suo. E andategli dietro se potete.
Un ricordo da raccontare per chi c’era, un’emozione anche davanti alla televisione.

Lo sguardo del contadino è tornato a quella terra che benedice tutti i giorni e vede bestemmiare una volta. Ma non c’è cattiveria. Li ricorderà anche lui tutti in fila lì. I corridori che ormai sono sotto quelle docce con stampato su il nome dei vincitori delle Roubaix. Tutti lì, in ordine, quelli che dall’inferno sono usciti santi.

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