da Elio Vittorini, Uomini e no (1945)

uominienoIV. L’uomo salì sulla bicicletta e la tolse in canna: andarono verso piazza Cavour.
«Dove mi porti?»
«Ti porto dove dormo.»
«E’ lontano?»
«In fondo a corso Sempione.»
Lei lo sentiva su una spalla, gli si avvicinò anche con la schiena.
«Che c’è?» egli chiese.
«Stavo pensando.»
«Pensando che cosa?»
«Quest’inverno e tutti gli altri inverni. Tutto il tempo di noi.»
«E non lo abbiamo con noi? Non è perduto.»
Di sotto al cappello di lei, sopra il bavero di pelliccia, c’erano i suoi capelli. Egli li prese tra i denti, e già erano oltre via Pontaccio, erano lungo il Parco, splendeva sul terreno bianco l’inverno, nella solitudine dei grandi alberi spogli.

[…]

VI. Qui Enne 2 frenò, strisciò col piede a terra, e si fermò. Erano a metà di corso Sempione.
«Scendi» le disse.
«Che succede?» disse Berta. «Siamo arrivati?»
«Non siamo arrivati» Enne 2 rispose.
Guardava davanti a sé, di sopra a lei ancora seduta sulla canna; e allora lei pure guardò, vide lo splendore invernale tra le due spoglie file di alberi che mai terminavano, e nella tersa luce, a duecento metri, un camion fermo col vetro che luccicava, e uomini neri attraverso la strada, anch’essi fermi, con al braccio bastoni che anch’essi luccicavano.
«C’è un rastrellamento» disse Enne 2.
Berta saltò giù.
«No, risali» Enne 2 le disse.
Uomini venivano, dalla linea lontana, lungo le due file dei grandi alberi, e portavano puntati in giù quegli strani bastoni che luccicavano. Berta capì che quei bastoni erano fucili, e vide uno con un grande cappello dalle larghe falde venire al centro dell’asfalto, al centro del luminoso mattino, voltandosi ad ogni passo e agitando alto in pugno, di sopra al capo, un lungo scudiscio nero che serpeggiava fischiando. L’uomo gridava qualcosa agli altri, gesticolava, agitando alto il suo scudiscio nero; e Berta risalì sulla canna.
Andava avanti senza affrettarsi; e tutto il corso Sempione, salvo per quegli uomini neri, era deserto sotto il sole dell’inverno, coi negozi chiusi, i caffè chiusi, le finestre serrate, e le macerie spente, mute. Misero trenta lunghi secondi a raggiungere l’angolo, voltarono, misero altri cinque secondi per entrare nella via laterale, e l’uomo dal nero scudiscio gridò.
«Non temere,» Enne 2 le disse. «Non aver paura se sparano.»
Dentro la strada egli accelerò, fu presto all’altro angolo, e pareva che in tutta la città vi fosse soltanto il suono rotto, quasi d’ululo, dell’uomo dal nero scudiscio che gridava. Lontano, in fondo alla laterale, c’erano uomini fermi con fucili come attraverso il corso. In fondo alla parallela del corso, dove svoltarono per tornare indietro, c’erano pure uomini fermi con fucili. Ma non venne nessuno sparo, né si udivano correre i tranvai, non si udiva altro suono che la rotta voce di quel muezzin, quell’uomo dallo scudiscio nero, e ormai morente nella distanza.
«Quell’uomo è Cane Nero,» disse Enne 2. «L’hai veduto?»
«Sì,» Berta disse. «Ma anche di qui è sbarrato.»
«Non importa,» disse Enne 2.
«Ora attraversiamo di nuovo il corso, e poi andiamo in una casa.»
«In una casa tua?»
«In una casa di amici. In un rifugio.»
Egli pedalava forte e di nuovo svoltarono, attraversarono il corso a testa china, entrarono nella laterale dirimpetto. Berta non guardò dove Enne 2 la portasse.

[Il testo è tratto da Elio Vittorini, Uomini e no, Oscar Mondadori, Milano 1979, pp. 6-10]

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