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di Lorenzo Franzetti

Era stato messo alla gogna: schifato e ripudiato dal mondo del ciclismo professionistico. Ora i fatti dimostrano una verità:  Remy Di Gregorio è stato accusato ingiustamente di essere un truffatore. Sembrava l’ennesimo idiota, perfetto da mettere in prima pagina: doping, ancora doping. Erano le 8 e 30 del 10 luglio 2012, quando la police francese andò a prelevarlo all’hotel Mercure di Bourg En Bresse, durante il giorno di riposo del Tour de France, mentre era alloggiato con la sua squadra, la Cofidis.

Remy risalirà in bici oggi e guarderà tutti in faccia, mentre qualcun altro non potrà ricambiare. Gettato in cella, a Marsiglia. Sembrava tutto chiaro, tutto già visto: c’era in mezzo una questione di fiale di prodotti dopanti, di traffico e spaccio. Intercettazioni eloquenti. L’ennesimo mostro, o forse solo un cretino.

Il Tour de France se ne sbarazzò come ci si libera di una formichina che c’importuna pizzicandoci il braccio. La sua squadra lo rimosse come un pezzetto di carne tra i denti. Remy Di Gregorio si ritrovò in cella, tra spacciatori e assassini. E non sapeva perché. «Sono vittima di un clamoroso equivoco», aveva cercato di spiegare. Ma la sua giustificazione era troppo simile a quella di altri, prima di lui, che avevano infangato il ciclismo.

Ora, gli investigatori di Marsiglia dicono: «È stato un errore, Remy De Gregorio non c’entra nulla». Un nuovo arresto, avvenuto il 27 marzo, lo scagiona. L’inchiesta l’aveva tirato dentro non si sa come: ah sì, c’erano le infallibili intercettazioni. Ops, male interpretate: si era voluto capire una cosa per un’altra.

Le fiale dopanti erano, è stato dimostrato, vitamine e paracetamolo. Le intercettazioni? Male interpretate, eh già. “Scusate, ci eravamo sbagliati”.

Mostruosità. Succedono nella vita quotidiana, succedono nel ciclismo. Uno sport che non si fida più nemmeno della propria ombra. Troppe volte tradito, il ciclismo. Troppe volte irriso e infangato. Ci sono già le dichiarazioni “ad hoc” prestampate, preconfezionate, già per il prossimo caso di doping: facce contrite, sospiri e la parola “tradimento” pronunciata con apparente senso di rabbia, i giornali e i soliti titoli. Poi succede che un Remy qualsiasi, un mezzo italiano, finisca in un ingranaggio assurdo. E, improvvisamente, tutte le certezze svaniscono.

Non uno straccio d’inchiesta giornalistica vera. Solo veline e comunicati copia e incolla: e poi su, in cima al pulpito a predicare contro “la piovra” e i “maneggioni”. Colpa mia, colpa di tutti. Non uno straccio di difensore nel ciclismo, di uno che avesse avuto il coraggio di alzare la mano e dire: «Guardate che forse le cose non stanno così, Remy è innocente».  Ancora una volta, chi deve raccontare il ciclismo non è stato all’altezza. Mi scuso, in prima persona. Gli altri rispondano alla propria coscienza.

Remy starà pedalando, in questo momento, sulle strade della Provenza. Provenza che odora di primavera e sembra fatta apposta per pedalarci dentro. La sua storia volta pagina. Di Gregorio, un uomo che guarda tutti negli occhi.

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