Fausto Coppi, Tour 1949, stile impeccabile

Fausto Coppi, Tour 1949, stile impeccabile

Di Gianni Bertoli

Bartali, dai puristi definito "larrotino"

Bartali, dai puristi definito “l’arrotino”

“Non diventerai mai un campione però hai un bel giro di gamba” mi disse un giorno del lontano 1960 Lello Sillari, direttore sportivo e factotum dell’Unione Sportiva Frassati di Parma, società per la quale correvo nella categoria Allievi.

Quell’apprezzamento di tanti anni fa mi è tornato alla mente leggendo sul numero 2 di “Cycle!” l’articolo di Albano Marcarini che parlava della “pedalata rotonda” e mi sono subito trovato d’accordo con l’autore nell’affermare che la cosiddetta pedalata rotonda è un po’ come l’araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessun lo sa. In teoria si dovrebbe “tirare in su” con il piede che sale. Anch’io provai più volte in quegli anni lontani e anche molti anni dopo da semplice pedalatore del tempo libero. Ebbene, è sempre stato un esercizio sfiancante, sfiancante per il movimento innaturale della caviglia ma soprattutto per l’impegno del cervello. I miei tentativi non andavano più in là di qualche centinaio di metri.

Malgrado ciò Lello Sillari più di mezzo secolo fa mi disse che avevo un bel giro di gamba. Anni dopo lessi da qualche parte che anche Pasqualino Fornara aveva un bel giro di gamba. Incuriosito, osservai foto e filmati del Pasqualino da Borgomanero ma non trovai alcuna somiglianza con una mia vecchia foto. Un collega di lavoro, ex dilettante di ottima levatura, guardò la foto e mi disse: “Sei su bene però con Fornara tu non hai niente a che vedere. Piuttosto, somigli a Brankart”.

Secondo pareri autorevoli in materia, pare siano da ricordare il gioco di caviglia di Beppe Saronni e le pedalate rotonde di Jacques Anquetil, Roger Riviere ed Ercole Baldini, anche se il capostipite dei pedalatori eleganti è stato sicuramente il grande Alfredo Binda. Orribile a vedersi è invece la pedalata di pianta, quella nella quale è assolutamente assente il benché minimo gioco di caviglia.

Ma al di là di tutto, come la mettiamo con Eddy Merckx? Pedalata rotonda? Gioco di caviglia? Bel giro di gamba? Il Cannibale, sotto sforzo, picchiava sui pedali come un fabbro. Le sue pedalate erano colpi di maglio e anche il resto del corpo non era un esempio di compostezza. Ma quanta potenza!

Se al tipo di pedalata uniamo la posizione in bicicletta e, di conseguenza, il risultato finale derivante dall’unione uomo-mezzo meccanico, otteniamo quello che comunemente viene chiamato “stile”.

Non tutti i campioni del pedale sono o sono stati degli “stilisti”. In genere è difficile che un corridore piccolo di statura possa anche essere “bello” in bicicletta. Se poi torniamo indietro nel tempo, quando la statura media del genere umano era sensibilmente inferiore a quella attuale, i piccoli venivano vieppiù penalizzati dalle biciclette di allora che al di sotto di certe misure non esistevano.

Alfredo Binda

Alfredo Binda

Riguardando vecchi filmati degli anni eroici del ciclismo, notiamo corridori che si dimenano come forsennati dondolando testa e spalle e spingendo sui pedali come condannati ai lavori forzati. Non erano certo aiutati né dalle biciclette, appunto, né dalle strade e nemmeno dal vestiario. Le strade erano per lo più sterrate e dissestate e il vestiario era raccogliticcio e casuale: anziché i leggerissimi e fascianti indumenti del giorno d’oggi, venivano indossati pesanti pantaloni sostenuti da vistose bretelle, mutandoni in caso di freddo, grossi berretti da passeggio, pesanti maglioni di lana con, molte volte, normali giacche con tanto di martingala.

Malgrado tutto ciò, in certi corridori (mi vengono in mente Ottavio Bottecchia e Lauro Bordin) si potevano intravedere atleti dallo stile apprezzabile.

Il primo a prendere veramente in considerazione tutti i particolari, dalla posizione in bicicletta all’abbigliamento, fu Alfredo Binda. Il campione di Cittiglio fu il primo grande stilista della storia del ciclismo.

L’ultimo campione di stile, a mio avviso, è stato Gianni Bugno. Gianni era bellissimo. Non dava mai l’impressione di faticare anche se spingeva rapporti proibitivi per molti. Non si muoveva di un millimetro con quel vezzo di tenere la testa leggermente inclinata a sinistra. In volata sembrava il meno veloce di tutti ma nessuno lo passava. Andrea Maietti ha coniato il termine di “pedalgrafia” per indicare il suo modo di pedalare.

E Coppi? E Bartali? Bartali aveva in sé più o meno tutti difetti, dal punto di vista stilistico, tipici degli scalatori puri. Non è stato certamente aiutato dai mezzi meccanici dell’epoca: telai troppo grandi che costringevano ad abbassare al massimo la sella sul tubo piantone. Gino, che era alto più o meno come Cunego, se avesse avuto la possibilità di avere una bicicletta come quella di Damiano, ne avrebbe tratto un notevole giovamento. Ma la pedalata? La pedalata, no. Sarebbe rimasta invariata, nervosa, incostante, tutta a scatti, insomma, una pedalata da … incazzato. L’uomo di ferro era l’esempio contrario di ciò che viene definita “pedalata rotonda”. In salita si alzava spesso sui pedali squassando la bicicletta da una parte all’altra. Scattava una, cinque, dieci, venti volte. Spesso, dopo avere dato alcune violente pedalate, andava a ruota libera per poi martellare di nuovo sui pedali in modo brutale. No, non era uno stilista. Gianni Brera diceva che Bartali aveva una “pedalata da arrotino”. Penso che il Grangioann non avrebbe potuto trovare una similitudine migliore.

Giuseppe Saronni

Giuseppe Saronni

E poi? Poi c’era Coppi. Il Campionissimo merita un discorso a parte. Sempre per citare Brera, Coppi aveva il petto di un uccello ed è assolutamente vero. La sua cassa toracica era prominente come quella di un uccello e tonda come una botticella. Le gambe erano sproporzionatamente lunghe, sottili dal ginocchio in giù mentre i quadricipiti erano poderosi. Lo scheletro, sempre secondo Brera, aveva delle carenze gravi dovute alla fame atavica, alla pellagra e a chissà quale altra diavoleria. Insomma, Fausto era morfologicamente brutto e fragile.

Però, miracolosamente, la fragilità dell’uomo unita alla fragilità della bicicletta, davano vita ad un complesso perfetto e potentissimo. La teoria di Brera può essere considerata fantasiosa ma la realtà è che il brutto anatroccolo, una volta in bicicletta, diventava un magnifico cigno, anzi un airone, come venne successivamente definito.

Al Tour del 1949 venne scattata una stupenda foto nella quale la sagoma di Coppi, in piedi sui pedali, leggerissimo, ricorda il volo di un uccello meraviglioso.

Insomma, il più bello di tutti, stilisticamente parlando, resta sempre lui, il grande Fausto.

 

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