di Sergio Giuntini

Orfane del Giro d’Italia, sospeso a partire dal 1941, le strade della penisola si popolarono d’un nuovo genere di ciclisti: i partigiani e le partigiane in bicicletta. I neo-protagonisti d’un nuovo modo, assolutamente originale, di combattere la guerra di guerriglia nei centri urbani. E’, questa, soprattutto la peculiare epopea dei Gruppi d’Azione Patriottica (GAP), degli impavidi “gappisti”.

I GAP, creati dal Partito Comunista ad iniziare dall’inverno 1943-’44, traevano spunto dall’esperienza dei maquis francesi e della guerra civile spagnola. La strategia che perseguivano consisteva nell’alzare il livello dello scontro, destabilizzando il potere degli occupanti nazisti e dei “repubblichini”. Essi erano organizzati in nuclei di tre quattro unità al massimo, e agivano con audaci colpi di mano nei centri urbani prendendo a bersaglio i soldati tedeschi e i gerarchi fascisti o garantendo la protezione armata agli scioperi e alle manifestazioni di protesta. Tra i “gappisti”, leggendaria è la figura di Giovanni Pesce: il comandante Visone del III GAP di Milano. Dell’amore sempre nutrito per la bicicletta, compagna di vita e di spericolate azioni “mordi e fuggi”, egli ci ha lasciato diverse tracce. In un articolo intitolato Pedalavano i partigiani rammentava:

“Ci sono state poi altre biciclette nella mia vita, alcune non le posso dimenticare. Erano le biciclette dei “gappisti”. Senza le biciclette i combattenti delle Brigate GAP nelle città, durante la Resistenza, non avrebbero potuto esistere. Come avrebbe potuto operare a piedi un ”gappista” dentro una città resa semideserta dalla guerra e presidiata dai nazifascisti? Come attaccare, come mettersi in salvo rapidamente dopo l’attacco? Senza la bicicletta tutta la l’attività clandestina non avrebbe potuto muoversi con quella relativa scioltezza con la quale si muoveva”.

E in maniera ancor più nitida la rilevanza rivestita da tale mezzo nella sua vicenda di combattente, s’evince dall’opera più celebre di cui è stato autore: Senza tregua. La guerra dei GAP (1967). A questo scopo vale riproporne uno stralcio significativo:

“Gli operai finiranno il loro turno alle 17.40. Lo scoppio avverrà alle 18.00, al momento del loro esodo in bicicletta dalla fabbrica. Il nostro obiettivo è di danneggiare la centrale elettrica, separata dagli edifici; la nostra preoccupazione è di assicurare l’incolumità alle maestranze comunque restate al lavoro […]. Le lancette dell’orologio stanno per scoccare le 18. La zona è tranquilla. Non c’è anima viva. Afferro la bicicletta, esco dal mio nascondiglio e pedalo verso la Via Duca di Pistoia. Puntualmente, alle 18, tre scoppi scuotono l’aria […]. La produzione resterà ferma per qualche tempo. Tocca a me […] depongo la bicicletta sulla scarpata dell’argine ed estraggo dalla giacca dei grossi pacchi. I fascisti ed i tedeschi stanno cercando i partigiani, ormai vicini ai loro rifugi, senza immaginare che il comandante della 106^ Brigata Garibaldi è sul posto. Lancio volantini tra gli operai: alcuni sono spauriti, altri mi guardano con stupore, mentre mi metto al centro della strada; alcuni mi scansano, ma parecchi si fermano per ritirare il volantino con l’appello del CLN”.

Giovanni Pesce (il comandante Visone) e Onorina Brambilla

Giovanni Pesce (il comandante Visone) e Onorina Brambilla

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