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Il Vigorelli, per uno scribacchino come il sottoscritto, classe 1971, è stato un mito raccontato, una favola immaginata. Dentro al velodromo, deserto, ti vedi quelle curve da brivido, e ti sembra di sentir rullar le ruote dei pistard. Poi, guardi le tribune deserte e t’immagini un mare di folla, come quella che impazziva per Maspes, Coppi, Anquetil.

Il Vigorelli l’ho vissuto con la fantasia, grazie alle parole di chi l’ha reso memorabile quel luogo. Quattordici anni di pendolarismo, in redazione, in zona Certosa: e nei miei primi anni da giornalista, nel tragitto dalla stazione all’ufficio, mi capitava di passare ogni giorno davanti a casa Maspes. Mai ebbi il coraggio di suonare il campanello, finché un giorno lo vidi davvero, lì sul marciapiede, sull’uscio di casa. Timidamente, in quei miei passaggi “treno-lavoro”, riuscii a raccogliere qualche sua parola sul Vigorelli, il suo teatro, il suo palcoscenico più amato. L’ultima volta che vidi Maspes, non parlò di Vigorelli, ma pensando a quel luogo scosse la testa: non disse niente.

Il fatto della settimana è la scelta della città di Milano di trasformare il Vigorelli in un centro polifunzionale per lo sport: si farà di tutto, forse anche ciclismo, qualora ci sarà la voglia di montare una pista “part-time”, se mai ce ne sarà l’occasione. Un tempio del ciclismo trasformato in qualcos’altro: da una città che non ha memoria. E poi capitare di perderla, la memoria, quando si fa di tutto per cancellarla.

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Milano perde un simbolo, in primo luogo a causa dell’indifferenza del ciclismo stesso. Imbarazzante, incomprensibile, indecente vedere una Federazione ciclistica lavarsene le mani, per anni, e liquidare la faccenda quasi con fastidio. «Pista lunga, troppo lunga» era la motivazione che giustificava i nostri politici della bicicletta. Motivazioni tecniche che farebbero inorridire Maspes e, ancora oggi, fanno incavolare Gaiardoni, altro grande mito del Vigo: «Volete i velodromi tutti uguali? Tutti anellini corti? Perfetto, è come far correre le auto di formula uno sempre sullo stesso circuito». Vanni Pettenella, altro compianto protagonista del Vigo, ci aveva provato a farlo rinascere, negli anni Settanta, a partire dai giovani. «La pista vivrà da sé, solo se ci si abbinano le scommesse», diceva invece Maspes. Vigorelli, pista lunga? Balle, dicevano loro. Balle, ribadisco io. Pista tecnica, difficile, un orgoglio per qualsiasi paese che abbia una cultura ciclistica: ecco, cosa sta perdendo l’Italia. Ha la presunzione di atteggiarsi come Paese di tradizione ciclistica, ma senza più cultura.

Dopo di loro, dopo i Maspes e i Gaiardoni, il Vigorelli non è più stato magico: e la memoria si è persa. Così come la cultura ciclistica di chi fa il dirigente in questo sport e pretende di formare le giovani generazioni. In Australia, la sede, il cuore della federazione ciclistica l’hanno insediata in un velodromo, ad Adelaide. In Inghilterra, pure, al velodromo di Manchester. Noi, invece, la sede della Federciclismo l’abbiamo sotto la curva Nord dello stadio olimpico, a Roma, la culla del calcio.

Un altro mito dello sport, Chris Hoy, simbolo della pista britannica si sta battendo per evitare che il suo velodromo, un piccolo impianto scozzese, non venga abbattuto da altri progetti immobiliari: «Impianto fondamentale per i giovani. Perché andare su strada è sempre più pericoloso, perché su pista s’impara moltissimo del ciclismo». Per un piccolo velodromo, il più grande di tutti i pistard non ha esitato a mettersi in gioco. Per il Vigorelli di Milano, la Scala del ciclismo, non c’è mai stato uno, uno solo anche tra i tanti mezzi campioni di cui dispone l’Italia, che abbia mai speso una parola: semplicemente per assenza di cultura ciclistica. Senza memoria. Senza cultura ciclistica, vera, e non solo di facciata, non si va lontano. Solo con tabelle di allenamento e numeri, non si va da nessuna parte: destino segnato per il ciclismo italiano.

E ora, invece d’intonare il de profundis del Vigorelli, ecco un po’ di buona musica, come le vecchie radio, che trasmettevano dischi, quando non sapevano più cosa dire, per stemperare l’imbarazzo e la rabbia.

 

 

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