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Di Giovanni Bettini

Parcheggia la macchina nel piazzale davanti casa. Passo lungo e ben disteso, sguardo sorridente, stretta di mano vigorosa e sincera. Francesco Moser va di fretta, la moglie lo aspetta in casa per andare a cena da amici, ma in tasca c’è ancora qualche minuto per parlare di ciclismo, vino e Giro d’Italia.

moserDuecentosettantatre vittorie nel palmares, un numero che anche a scriverlo diventa esagerato. Una Milano-Sanremo (1984), tre Parigi-Roubaix (1978,1979,1980), due Giri di Lombardia (1975, 1978), un Giro d’Italia (1984), un titolo mondiale (1977) e poi quel record dell’ora ottenuto in sella ad una rivoluzionaria bicicletta con ruote senza raggi. Il 23 gennaio del 1984 nel velodromo di Città del Messico, Moser coprì in sessanta minuti 51,151 km.

Ultima stagione in sella nel 1988, «Anche se a dire la verità – ci tiene a precisare Francesco – non ho concluso l’annata», lui che di annate se ne intende, ora che produce vino nella sua tenuta agricola di Maso Villa Warth ad una manciata di minuti da Trento, direzione nord.

«Quando un ciclista smette di correre deve cercare di occupare il suo tempo in qualche modo. Io lo occupo con l’azienda agricola. Il vino ha sempre fatto parte della tradizione di famiglia. Si lavora al ritmo della natura: in inverno si potano e si legano le vigne, poi arriva il momento di imbottigliare il vino. Si comincia con lo spumante, si passa al vino bianco e dopo il Giro d’Italia si chiude con il rosso. Va a finire che è già ora di vendemmiare! L’anno scorso abbiamo cominciato il 16 di agosto. Quest’anno credo che si arriverà un po’ più in là».

Nel calice c’è un Riesling I.G.T. delle Venezie, profumo fruttato, gusto fresco. «Qui in campagna non c’è mai tregua – continua Francesco – adesso devo cambiare 8.000 metri di filari e sto aspettando che smetta di piovere perché non si può lavorare la terra con il fango. E’ due mesi che piove ormai! Appena asciuga una settimana si fa il lavoro, ma non è che lo ordini il lavoro, bisogna lasciare fare al tempo. Al tempo e alle donne non si comanda».

_DSC0179Senza tregua in corsa come tra i filari, dove le stagioni si ripetono e le annate talvolta non sono tutte uguali.

Il vino come le gare in bicicletta, da abbinare magari alle vittorie più belle: «La Milano-Sanremo è una corsa spumeggiante e ci vuole un Trento Doc, la Parigi-Roubaix è una corsa più complicata e ci abbinerei un rosso, un Lagrein o il Teroldego, invece il Giro d’Italia è un’avventura che dura ventun giorni. Ci vorrebbe un Moscato giallo: toni chiari, un profumo particolare ogni anno diverso».

Se gli chiedi se lo ha fatto tribolare di più il Müller-Thurgau o Dietricht “Didi” Thurau al Mondiale di San Cristóbal, si mette a ridere e beve un sorso. Se gli chiedi se ha mai pensato di chiamare un suo vino Knetemann (campione del mondo 1978 battendo Moser n.d.r.) risponde di no aggiungendo che «nel ciclismo i corridori sono tanti e gli avversari pure. Una volta li batti, una volta gli arrivi dietro: fa parte del gioco».

Da queste parti dal 16 al 19 aprile si disputerà la 37° edizione del Giro del Trentino. Ci sarà anche Bradley Wiggins, vincitore del Tour de France 2012 che ha scelto le strade italiane per rodare la gamba in vista del prossimo Giro d’Italia.

vendemmia«Sono curioso di vedere cosa combinerà questo inglese. Voglio vederlo all’opera su una salita come la Sega di Ala. Io l’ho fatta in bicicletta, sembra il Mortirolo. Negli ultimi dieci anni è cambiato il modo di disegnare le gare a tappe. A vincere sono sempre di più gli scalatori. Le corse potrebbero essere anche meno dure, ma alla fine a comandare sono le esigenze televisive. Probabilmente anche uno come Merckx in questo ciclismo non avrebbe vinto tutto quello che ha vinto».

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