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Di Adam Phelan

Un simbolo del ciclismo italiano, in una data importante per voi… il Gran premio Liberazione. E per noi australiani è forse la gara alla quale la nostra storia europea è più legata. CJ Sutton, Matt Goss, Simon Clarke, Michael Matthews,  Michael Hepburn: tutti australiani saliti sul podio, a Roma.

adam2Anche quest’anno, visto il passato glorioso, c’erano grandi aspettativa per noi Aussie. La gara ha anche per noi un signficato extrasportivo: si corre nella festa della Liberazione, in Italia, ma è nella stessa data dell’Anzac day australiano, ovvero la giornata in memoria dei militari caduti in tutte le guerre.

Insomma, se c’è un giorno dal forte valore simbolico, per un australiano, è proprio il 25 aprile.

Con una squadra composta da Caleb Ewan, vincitore del Palio del Recioto e del Picardie, Campbell Flakemore, Damien Howson, Mitchell Mulhern ed io, eravamo pronti per vincere anche a Roma.

Il percorso, in centro a Roma, sembra un megacriterium, con tante curve: fatto su misura per noi.

Sulla linea di partenza una banda ha suonato l’inno nazionale italiano. Poi, tre. due. Uno: bang! Partiti!

 

Alla prima curva il primo attacco. Damien Howson è andato in fuga con altri tre. Il gruppo, in quella fase abbastanza disinteressato, sembrava contento di lasciarli fare. Uno dei vantaggi delle continue inversioni a U è che si può tenere sotto controllo la fuga anche se ha un vantaggio di circa un minuto. Damien sembrava andar bene. Era calmo. Era forte. Perfetto.

Chilometro dopo chilometro, i compagni di fuga di Howson venivano staccati e riassorbiti dal gruppo. Noi, suoi compagni, avevamo il compito di seguire gli altri attacchi e coprire con la nostra presenza passiva ogni tentativo di fuga alle sue spalle.

Il gruppo continuava a variare velocità: c’erano attacchi e la velocità era incredibilmente alta con una situazione caotica. In altri momenti, il ritmo calava improvvisamente. Howson, solo al comando, pedalava come in una lunga cronometro individuale contro se stesso e contro il resto del gruppo, alle sue spalle, dove eravamo anche noi. Pedalava e vinceva tutti i traguardi volanti.

Nella pancia del gruppo, improvvisamente, sentivo un corridore cadere, senza sapere dov’era: in un istante, io, il mio compagno Caleb e almeno altri 20 corridori eravamo a terra. Ero incastrato a terra, con quattro corridori e le loro  biciclette sopra di me: aspettavo che si togliessero, che mi lasciassero rialzare. Dopo esserci finalmente riuscito, non trovavo la mia di bici, in mezzo a tutti quei telai per terra. Trovata poco dopo e con soltanto una ruota storta. Senza nemmeno guardarmi le ferite, sono saltato di nuovo in bici e sono ripartito per inseguire il gruppo.

 

Dopo poco meno di due giri, riuscivo finalmente ad accordarmi agli altri.  In mia assenza, Flakemore e Mulhern avevano continuato a controllare la gara, con Campbell presente in una importante azione per quasi due giri. In testa, Howson continuava a spingere solo al comando. Sfortunatamente quella caduta aveva costretto l’altro mio compagno, Caleb, a ritirarsi: mannaggia, era il nostro velocista.

Il sogno di Howson finiva, invece, a quattro giri dal termine. La sua fuga si esauriva e, in quello stesso istante, istintivamente, provavo ad attaccare, quasi dimenticandomi delle ferite. In un istante, mi sono ritrovato a spingere sui pedali, in preda a mille dolori, bruciori ovunque: conseguenze della caduta che non avevo controllato subito, ma che ora sentivo.

Mi bruciavano le gambe, avevo la faccia che era tutta una smorfia, ma ero in testa, ero davanti, me la stavo giocando, questa fantastica gara.

adam3Alle mie spalle, sopraggiungeva il bielorusso Koshevoy. Non ero più solo, in testa, ma con il mio avversario ci davamo buoni cambi. Io soffrivo, però: dolori ovunque, bruciori dappertutto, brutta faccia. Tutto bruciava, anche i piedi.

Eppure, pensavo davvero che potesse essere la mia grande giornata: finché, su uno strappetto, il bielorusso mi ha staccato di qualche decina di metri. Avrei voluto eguagliare i miei connazionali Goss e Sutton, ma la corsa mi stava sfuggendo: il mio avversario era là davanti, a pochi metri. Io spingevo sui pedali, lui anche. Quella distanza, seppur breve, proprio non riuscivo a colmarla.

Niente vittoria, ma la soddisfazione di aver onorato al meglio questa classica. Sul podio come Clarke e Matthews. Orgoglioso, come ogni corridore australiano che si rispetti. Onori anche per il mio compagno Howson, premiato per i traguardi volanti per le combattività. Tutta la squadra ha combattuto (sportivamente), ma la vittoria è andata al bielorusso Koshevoy.

 

(Nota di redazione: il Gp Liberazione è stato vinto da Ilya Koshevoy, grande talento del ciclismo giovanile. Curioso questo fatto, però: nella gara intitolata e che ricorda la liberazione italiana dalla dittatura, vince un atleta proveniente dall’unico paese europeo in cui vige ancora una dittatura.)

Adam Phelan è uno tra i più promettenti atleti del vivaio australiano. Viene da Canberra, ama la bici, il design e la scrittura, è anche un bravissimo blogger e ha un sito molto seguito: www.adamphelan.com. Nella stagione estiva, fa base in provincia di Varese, dove è seguito nella sua programmazione di allenamenti e gare dal nostro amico e blogger, Paolo Menaspà.

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