Foto di Nicola Ianuale

Foto di Nicola Ianuale

Di Lorenzo Franzetti

A Napoli attaccherà di nuovo il numero sulla schiena, come fa da trent’anni, salirà in bici, ma l’emozione sarà diversa: «Eccomi al quattordicesimo Giro d’Italia, l’ultimo della mia carriera», si presenta Stefano Garzelli. L’emozione di partire, per partecipare alla corsa che più ama, e la tensione come, al primo giorno di scuola, per riuscire a terminarlo. «Mi presento al via, reduce da un’influenza, ma in ripresa. La condizione non è male, comunque. Conto di arrivare alla seconda settimana di corsa a un livello ottimale, che mi consenta di poter puntare a qualche bella tappa». Silenzioso, timido, mai una parola di troppo: in bici è tutta un’altra storia, quella di Garzelli. E anche stavolta non farà la comparsa, qualche numero ce l’ha in serbo.

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Foto, concessione da www.fantiniselleitalia.com

Quarant’anni. Il Giro a quarant’anni è un viaggio in un’Italia completamente diversa da quella che aveva visto vista la prima volta, nel 1997. Un maggio strano, quello, con l’omicidio di Marta Russo a Roma e quattro deficienti serenissimi, in cima al campanile di San Marco, a Venezia. E un artista che faceva dimenticare ogni brutto pensiero agli italiani: Marco Pantani, quello che in bici riportava l’intero paese in strada, a saltare di gioia, ad abbracciarsi a ubriacarsi, ad amare il ciclismo. E col Pirata, debuttò un “pantanino”, era lui.

«Il Giro l’ho amato fin dal primo giorno da professionista, proprio grazie a Marco (Pantani, ndr).Esperienze indimenticabili. Quel Giro del 97, purtroppo, andò male per lui, ma l’anno dopo fu quello del trionfo, al quale anche io nel mio piccolo avevo contribuito».

I “crapapelada” una volta erano due, ora c’è rimasto soltanto lui: Garzelli Stefano da Besano, oggi più valenciano, grazie a Maria, una bellissima moglie che gli ha dato quattro figli e l’ha convinto a trasferirsi in Spagna, con tutti i suoi progetti futuri,  Stefano sulle orme di Marco: e, una volta, lo eguagliò. «Meraviglioso, quell’anno 2000». Dalla nebbia di Prato Nevoso, nel Cuneese, venne fuori lui, magrettino, testa a forma di biglia, e alle sue spalle, le teste chinate di Simoni e Casagrande. «Era la mia prima vittoria al Giro, prima emozione forte personale. E sentivo di stare bene, di poter andare ancora più forte». Poi venne la tappa dell’Izoard, in quell’incredibile e quasi assurdo Giro 2000, con Casagrande in maglia rosa, quasi padrone del Giro e un Garzelli aggrappato timidamente al sogno: e quel giorno, al fianco del pantanino, tornò fuori il Pantani quello vero, quello che si tormentava dentro a mille problemi e che, nel momento più prezioso, tornò grande e aiutò il giovane capitano. Penultimo giorno di giro, cronometro pazzesca: da Briançon al Sestriere, due salite: «Un’ora e mezza di cronometro, molto dura, difficile, complessa anche dal punto di vista mentale». E Casagrande, in maglia rosa, entrò nell’incubo: «Francesco ebbe una giornata terribile, crollò. Io invece riuscii a difendermi bene, conquistai la maglia rosa e vinsi il Giro».  Immagini che non si cancellano.

Oggi è un altro Garzelli, ma in fondo sempre lo stesso: poche parole, stessa serietà in bici, stesso impegno. Dedizione totale: «Ma i quattro figli, lontani, che non vedo da un po’… insomma è una cosa che pesa. So di essermi perso molte cose dei miei figli: loro sanno che mestiere faccio e che devo viaggiare, ma del Giro d’Italia a loro interessa poco, sono più contenti se io sto con loro».

Le emozioni non le tradisce, l’ultimo crapapelada.  Le emozioni più genuine, Garzelli, le vive nell’intimo, con i suoi cari: «Anche se ai miei figli non ho mai detto nulla di quello che ho fatto e di quello che ho vinto. Magari un giorno, questo sì mi darà soddisfazione, leggeranno sui libri o da qualche parte il mio nome. E allora scopriranno il valore di quello che ho fatto, nello sport».  Marco, sette anni, Luca 6, Matteo 4, Leonardo, 15 mesi. A Valencia: «Marco e Luca hanno anche corso un po’ in bicicletta, qualche garetta l’hanno fatta. Ma ora si sono dati al calcio, giocano nelle giovanili del Valencia. Io preferisco così. Perché il calcio li aiuterà a imparare lo spirito di squadra. Poi, per tornare a correre in bici avranno tutto il tempo per farlo, se lo vorranno».

Tra emozioni del presente e ricordi forti del passato, tra le semplici parole di Stefano e i suoi sguardi pronfodi, passa una carriera. Momenti brutti? «Tanti, ma non li voglio nemmeno ricordare». Ma sospira, non li ha dimenticati: da quel brutto 2002, cacciato dal Giro per una positività a un diuretico, a quell’inverno 2004, quando Marco Pantani fu trovato cadavere in una stanza di un residence romagnolo.

Crapapelada Garzelli, il corridore più riservato del gruppo, ma quello che non ha mai mollato, nemmeno quando sarebbe stato comprensibile: ed è tornato grande, ricostruendo la sua immagine che oggi è quella del lottatore, del corridore che non si arrende. Capace di tornare protagonista al Giro, di rivincere molte corse. Fino all’ultimo trionfo al Giro, su una salita impossibile, a Plan de Corones, nel 2010. E, pensando alle salite impossibili, la prima fu lo Zoncolan: «Una giornata particolare, quella. Giro 2003, protagonista Gibo Simoni. Io a difendermi». E accanto a lui, ancora Pantani, l’ultimo Pantani: su quella salita, ciondolanti e aggrappati al manubrio, come due pugili in difficoltà, ma che non volevano arrendersi e finire al tappeto. Due crapapelada, per l’ultima volta insieme.

Giro d’Italia 2013, il quattordicesimo della carriera: la maglia è sempre gialla, quasi come quella dei giorni migliori, ma è cambiato tutto. Quelli che allora correvano con lui, o sono saliti in ammiraglia o fanno altro nella vita: «Ho corso con tre generazioni di corridori. Oggi sono orgoglioso di far parte di questa mia squadra, la Fantini Selle Italia, dove posso essere un punto di riferimento e di esperienza per i giovani. Qui posso dare una mano ai ragazzi, mi metto a disposizione, ma ho ancora alcune soddisfazioni che vorrei togliermi, al Giro. Se sono ancora qui, a 40 anni, non è per fare la comparsa. Sì, ho iniziato a correre con Bugno e Chiappucci, mi ritrovo in gruppo con ragazzini come Nibali, Aru o altri che, magari, quando io passavo professionista, non erano ancora corridori».

Foto di Nicola Ianuale

Foto di Nicola Ianuale

Stefano Garzelli, il silenzioso, che vive il ciclismo in modo esemplare, senza troppe chiacchiere: in bici spettacolo per tutti. Fuori dalle scene, torna nel suo mondo, tutto più semplice, senza show. Come quella volta, quella sera di giugno di tanti anni (14): era domenica, era il 4 giugno. C’era un paesino, al confine con la Svizzera, che era in totale subbuglio: Besano, il paese dei fossili, il paese dove si studiano i dinosauri. Ebbene, quella sera, persino i dinosauri si erano emozionati… ma Stefano, quella maglia rosa timida, faceva quasi fatica a viverlo, quel bagno di folla. Meglio la tranquillità, sguardi di mamma, pensieri di figli.

Il vecchio Garzelli oggi  è uguale a quello la, a quel ragazzino a disagio a gestire la fama: niente giochi di prestigio o palpatine alle miss, crapapelada parla meglio a suon di pedalate, ieri come oggi. E promette di dirci ancora qualcosa di bello.

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