di Francesco Ricci

[leggi qui la prima parte]

Erio apre gli occhi. Mi guarda di nuovo nello specchio. Alza la mano destra tremolante, le cui dita sembrano tentacoli di polipo senza ventose.

– Cinque ne hanno impiccati. Cinque giovani tra i diciotto e i trent’anni. Con l’ordinanza del prefetto che non si potevano spostare i cadaveri prima che fossero passati due giorni. Era il tredici agosto 1944. Il primo lo hanno impiccato all’albero che si trova all’inizio del paese, proprio al bivio con la strada che viene su da Castelvetro. Il parroco era impazzito. Ci mancava poco che impiccassero pure lui. E i nazi ridevano. E sparavano. E bruciavano.
– Conosco quell’albero. Conosco quella strada.

Ospedaletto di Marano. Lapide in memoria dell'uccisione del partigiano.

Ospedaletto di Marano. Lapide in memoria dell’uccisione di uno dei cinque partigiani (foto di Francesco Ricci).

E’ vero. Parte fiancheggiando il lato destro del torrente Guerro e poi lo attraversa iniziando a salire. Un lungo drittone arido come un’acciuga sotto sale. I fianchi delle colline la stringono per bene, quasi la soffocano. La strada cerca di non soccombere e inizia così a srotolarsi in brevi tornanti e tu respiri finalmente, perché intanto è arrivata anche l’ombra.

– Accanto alla casa blu c’era una pianta di fico. Lì i nazi l’hanno raggiunta, seviziata a lungo prima di ucciderla. Sedici anni e io l’amavo con l’amore di un giovane che non conosce l’amore. Lo sente e basta. Si chiamava Maria, proprio come mia sorella. L’avevo conosciuta perché avevo uno zio che abitava a Marano. D’estate me ne stavo da lui mesi interi. Gli davo una mano tagliando la legna, dando da mangiare alle bestie e mi divertivo a lanciare sassi nel fiume. E poi salivo su verso Ospitaletto a guardare il Cimone da lontano. Con la bicicletta dello zio, che non aveva cambi e sembrava un pezzo di ruggine con le ruote. Altro che 50×21. Ma ero giovane. E forte. E di solito mi fermavo sopra Castellazzo, quel grumo di case in cui viveva Maria. Conosco bene quella strada da bollino blu. Adesso è tutta asfaltata. Ma un tempo c’erano i sassi a punteggiare quella linea di polvere. E i contadini la attraversavano lenti, umili e sopraffatti dal peso della storia. Casa blu, Casa Pasquini, Casa Lama, Casa Vecchini: edifici eretti dagli antichi signorotti a difesa dei loro luoghi. E poi le case del borgo e la chiesa e le case ancora più povere, raccolte come piccoli mazzi di fiori nei declivi o disperse tra il torrente Traino e il rio Torto.

Gli sciacquo la faccia di nuovo, lo asciugo, lo detergo con una crema per il viso.

– Perché mi dai questo schifo? Io voglio il dopobarba, non queste creme da sifilitici.
– La tua pelle ha bisogno di dolcezza, caro mio. Andiamo a prepararci un caffè?
– Sopra Castellazzo c’era una quercia. Quello era il mio posto. Abbandonavo la ciclo sul ciglio della strada e salivo di corsa verso quell’albero solitario saltando fra le zolle e le pieghe della terra. Ogni tanto mi portavo un foglietto e una matita e lo disegnavo. E gli parlavo, anche. E’ lì che ho conosciuto Maria.

Prendo un braccio di Erio e lo aiuto ad alzarsi. Ci incamminiamo verso la cucina. Si siede a fatica su una sedia ed io inizio a preparare il caffè. Appoggia le mani sul tavolo e poi se le porta sulle gambe. Le rimette sul tavolo e di nuovo sulle gambe. Le mani tremano cercando di afferrare un ennesimo mattino. La testa si muove a destra e a sinistra, come se avesse perso l’equilibrio del tempo. Il contatto con il metallo della moka mi dà uno strano brivido. La vita è fatta di luoghi e per ognuno di noi hanno un significato diverso. Quella strada la sento mia, in modo particolare. Come se una forza misteriosa mi chiamasse e mi volesse svelare qualcosa di indefinito. La memoria. Il tempo. La vita. La morte. L’eclisse della ragione. La violenza che sale, rombando e trascinando nuvole di polvere. Un cortocircuito fra le coscienze degli esseri umani. Cosa ne sapevano i contadini di quegli uomini stranieri?

– Le lacrime di Don Zefirino. La casa blu. La quercia. Il fuoco. E gli impiccati.

Erio parla sottovoce. Un filo che gli esce dalla bocca. Un borbottio fluttua dalla moka e si sovrappone a quel lamento. Le mani ora sono sulla faccia. Verso il caffè nelle tazzine. Prendo dei biscotti e ne offro uno al mio vecchio amico. Sì, Erio ed io siamo amici da tempo, anche se lui ha quasi trent’anni più di me. Insegnava storia contemporanea all’università, ed è stato un mio professore. Dopo la laurea iniziammo a frequentarci, anche perché facevo la corte a sua figlia. Ogni tanto andavamo a camminare in montagna, in Appennino e a volte sulle Alpi. Lo passavo a trovare a casa, e spesso ci scappava una cena improvvisata e innaffiata di buon vino. Quello non mancava mai.

– Le querce d’estate si schiariscono, come i capelli di una giovane donna inebriati dai raggi del sole. Le foglie ingialliscono ai bordi e poi a settembre la pioggia di ghiande punteggia il terreno di piccole macchie marrone scuro e verde chiaro.

Erio si abbandona ai ricordi, seguendo il ritmo irregolare del respiro.

– Lo sai? La quercia sa tenere i segreti. E se apri bene le orecchie, sussurra cose meravigliose. E’ stata lei a dirmi come e quando guardare il Cimone. A dirmi quando i tassi si avvicinano. A insegnarmi di stare fermo quando la volpe si aggirava sospettosa. A indicarmi i saltelli che Maria faceva inseguendo le sue pecore. In certi giorni d’estate la luce è così forte che sembra di vivere immersi per ore nel riverbero di un flash. E la quercia era l’unico riparo.

Erio si rilassa e sprofonda con coraggio dentro se stesso.

– Sai cosa ne sapevano i contadini di quegli uomini stranieri piombati lì come la furia devastante di una violenta grandinata? Sai che ne sapevano i vari Teobaldo, Telemaco e Clarice? Ti dicono niente questi nomi? Il suono che emanano a cosa rimanda? A un mondo che non c’è più, caro mio. Tutti morti, uccisi nelle loro case o nei campi cintati da muri di sasso, o fra le macchie di sterpaglie che non ne volevano sapere di soccombere alla laboriosità di quelle mani, di quelle braccia, di quelle gambe, di quelle schiene. Ascolta il suono di quei nomi: esprimono il vuoto immerso nella dimenticanza più completa. Da allora, nella sequenza delle estati, il sole spacca le pietre. I prugnoli e i ciliegi selvatici rubano i sussurri di quei pochi refoli di vento che potrebbero recare un minimo di sollievo. Il grigiore dei calanchi si stempera in tremule vampate che provengono dagli abissi. Ecco. Trattengo come posso il profumo dei fiori selvatici che giunge da lontano. Ecco. Guardo il crinale, guardo il Cimone. Ebbene sì: un silenzio panico mi fa dimenticare di essere uomo. E tutto è qui, dentro il mio cuore.

Renato Guttuso, Gott mit uns (1944)

Renato Guttuso, Gott mit uns (1944)

Il racconto è tratto dal libro di Francesco Ricci, Bella ciao, pubblicato da Incontri Editrice, Sassuolo 2012 (94 pagine, 12 euro). Francesco Ricci sarà in libreria a maggio con un nuovo libro, Velopensieri. Un ciclista fuori dal gruppo, prefazione di Gianni Mura (edicicloeditore).

 

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.